Pretende gli stipendi arretrati, l’azienda lo licenzia. Il giudice gli riconosce un maxi risarcimento.
Pretendere lo stipendio può essere ragione di licenziamento? Assolutamente no. Eppure accade, e non solo in Italia.
D’altronde, come si è soliti dire, “tutto il mondo è Paese”: lo dimostra una vicenda che arriva dal Canada, dove un lavoratore è stato licenziato per aver chiesto semplicemente ciò che gli spettava di diritto, ossia il pagamento dello stipendio, compresi diversi arretrati. Fortunatamente, però, i lavoratori dispongono di strumenti di tutela efficaci: in questo caso, infatti, non è mancato l’intervento del giudice che ha dato ragione al dipendente riconoscendogli anche un risarcimento economico significativo.
Può sembrare assurdo, ma è la conferma di come ancora oggi esistano datori di lavoro che, in ogni parte del mondo, violano i diritti dei propri dipendenti, arrivando persino a minacciare - e talvolta a mettere in atto - il licenziamento. Fare leva sulla paura di perdere il lavoro per costringere i lavoratori ad accettare violazioni è una strategia che, in alcuni casi, funziona. Proprio per questo è fondamentale ricordare che esistono tutele precise e strumenti per reagire. Quanto accaduto in Canada ne è un esempio: una vicenda che, con ogni probabilità, avrebbe avuto lo stesso esito anche in Italia, dove una decisione del genere difficilmente verrebbe considerata legittima.
Licenziato per aver preteso gli stipendi arretrati, ottiene un maxi risarcimento
La vicenda riguarda un lavoratore impiegato in un’officina in Canada, nella zona di Burlington, che da tempo attendeva il pagamento di compensi accumulati e mai corrisposti. Si trattava di somme “messe da parte” dal datore di lavoro, una prassi che in alcuni contesti viene utilizzata per rinviare il pagamento di ore lavorate o straordinari. A un certo punto, però, il dipendente ha deciso di chiedere quanto gli spettava, rivendicando il diritto a ricevere gli stipendi arretrati.
Una richiesta legittima che, invece di trovare una soluzione, ha portato a una reazione opposta: il datore di lavoro ha deciso di licenziarlo. Una scelta che si è rivelata decisiva nel successivo giudizio, perché il tribunale ha letto il licenziamento come una vera e propria ritorsione nei confronti del lavoratore.
Il caso è quindi finito davanti all’Ontario Labour Relations Board, che ha esaminato la sequenza degli eventi arrivando alla conclusione per cui il licenziamento non era giustificato, rappresentando una violazione dei diritti del dipendente, colpito proprio per aver esercitato una prerogativa riconosciuta dalla legge, ossia quella di pretendere il pagamento del proprio lavoro.
Per questo motivo, il giudice ha condannato l’azienda a risarcire il lavoratore con una somma complessiva di circa 35.000 dollari canadesi, pari a circa 30.000 euro al cambio attuale. Una cifra che tiene conto non solo degli stipendi non pagati, ma anche delle conseguenze economiche derivanti dalla perdita del lavoro.
Una decisione che ribadisce un principio fondamentale: chiedere ciò che spetta non può mai trasformarsi in un motivo di licenziamento. Quando accade, il datore di lavoro si espone a conseguenze ben più gravi rispetto al semplice pagamento degli arretrati.
Licenziato perché pretende lo stipendio? In Italia stesse tutele
Anche in Italia una situazione del genere sarebbe stata trattata allo stesso modo. Al netto delle differenze tra ordinamenti, esistono infatti dei principi che non cambiano: tra questi c’è il diritto del lavoratore a una retribuzione corretta e puntuale, che rappresenta uno degli obblighi fondamentali del datore di lavoro.
Non a caso, la giurisprudenza è costante nel muoversi in questa direzione. Non solo un lavoratore non può essere licenziato per aver chiesto il pagamento dello stipendio, inclusi eventuali arretrati, ma quando il mancato pagamento si protrae nel tempo può anche dimettersi per giusta causa. Su questo punto è intervenuta più volte la Corte di Cassazione, chiarendo che l’omesso o ritardato pagamento della retribuzione costituisce un grave inadempimento del datore di lavoro tale da giustificare le dimissioni senza preavviso, con diritto anche all’indennità di disoccupazione (tra le altre, Cass. n. 21438/2023).
Lo stesso principio vale anche in situazioni analoghe. Ad esempio, non può essere considerato legittimo il licenziamento di un dipendente che rifiuta una riduzione dello stipendio. Come previsto dalla legge n. 604/1966, il licenziamento deve sempre essere sorretto da un giustificato motivo, che può essere soggettivo o oggettivo, ma non può mai tradursi in una ritorsione nei confronti del lavoratore.
Su questo punto è intervenuta anche la Corte di Cassazione, che con la sentenza n. 31527 del 2019 ha chiarito come non sia possibile licenziare un dipendente solo perché si oppone a una decurtazione della retribuzione. Una scelta del genere, infatti, non integra un giustificato motivo, soprattutto se non viene dimostrata una reale situazione di crisi aziendale tale da rendere necessaria la riduzione dei costi. In questi casi, il lavoratore ha il diritto di impugnare il licenziamento entro 60 giorni e ottenere tutela in giudizio, fino anche alla reintegrazione nel posto di lavoro se il giudice accerta l’illegittimità del provvedimento.
Pertanto, né la richiesta dello stipendio né tantomeno il rifiuto di una sua riduzione possono diventare motivo di licenziamento. Quando accade, il rischio per il datore di lavoro è quello di esporsi a conseguenze ben più gravi, esattamente come avvenuto nel caso canadese.
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