Si reca al concerto di Vasco Rossi (fuori dalle fasce orarie di reperibilità), ma viene comunque licenziato. Ecco perché.
Non bisogna commettere l’errore di pensare che quando si è in malattia basti rispettare le fasce di reperibilità restando in casa nei soli orari in cui può passare la visita fiscale Inps.
Essere in malattia, infatti, rappresenta comunque un vincolo per il lavoratore, il quale deve necessariamente evitare qualsiasi attività che possa compromettere la più rapida guarigione. E se invece non si è neppure malati, avendo ad esempio esagerato o persino mentito sui sintomi con lo scopo di prendersi qualche giorno di riposo, è bene prestare ancora maggiore accortezza a cosa si fa durante i giorni di assenza, perché essere scoperti può essere persino causa di licenziamento disciplinare.
Lo ha scoperto sulla propria pelle un lavoratore licenziato per essere andato al concerto di Vasco Rossi. E non perché l’azienda preferisca Ligabue, ma solo perché nella stessa giornata il lavoratore aveva lamentato una dissenteria e inviato il relativo certificato medico.
Laddove questo avesse dovuto semplicemente rispettare gli orari delle visite fiscali non ci sarebbero stati problemi: d’altronde il medico può passare al massimo fino alle 19, quindi avrebbe avuto tutto il tempo per uscire di casa e recarsi al concerto senza rischiare nulla. Ma non è così, in quanto va sempre tenuto conto del vincolo fiduciario che deve sussistere tra lavoratore e azienda, il quale, se si rompe - e le cause potrebbero essere diverse - potrebbe legittimare un licenziamento.
Licenziato per essere andato al concerto di Vasco
È da qui che prende forma la vicenda esaminata dal Tribunale di Trani, che chiarisce bene perché non basta rispettare le fasce di reperibilità per evitare conseguenze disciplinari. Nel caso di specie, il 26 giugno 2024 il lavoratore comunica all’azienda, prima via WhatsApp e poi con una mail, di essere stato colpito da una forte dissenteria che gli impedisce di presentarsi a lavoro.
Il giorno successivo invia anche il certificato medico, formalizzando così l’assenza per malattia.
Ma mentre sulla carta tutto appare regolare, nella realtà quelle stesse ore vengono utilizzate per tutt’altro. L’uomo, infatti, viene visto salire su un autobus diretto allo stadio San Nicola di Bari, dove assiste a un concerto di Vasco Rossi insieme ad alcuni amici. Un comportamento che l’azienda decide di verificare e che porta, pochi giorni dopo, all’avvio di un procedimento disciplinare per violazione del vincolo fiduciario.
Il lavoratore inizialmente nega ogni addebito, parlando di accuse infondate e sostenendo di essere rimasto a casa durante i giorni di malattia. La società, però, va avanti e procede con il licenziamento. Fallito anche il tentativo di conciliazione, la questione finisce davanti al giudice del lavoro.
Ed è proprio in aula che emerge l’elemento decisivo: cinque testimoni confermano la presenza dell’uomo su quell’autobus diretto al concerto. A quel punto arriva la confessione. Una circostanza che, agli occhi del giudice Eugenio Carmine Labella, rende evidente la rottura del rapporto fiduciario: il lavoratore ha dichiarato una falsa malattia per giustificare un’assenza non legittima.
Da qui la decisione finale: licenziamento legittimo e ricorso respinto, con condanna anche al pagamento di 5 mila euro di spese legali.
Perché non basta rispettare le fasce di reperibilità
È proprio questo il punto che emerge con forza dalla vicenda: quando si è in malattia non basta farsi trovare a casa nelle ore delle visite fiscali. Quello è solo uno degli obblighi previsti. Il lavoratore, infatti, deve tenere un comportamento complessivamente coerente con lo stato di salute dichiarato, evitando qualsiasi attività che possa ritardare la guarigione o risultare incompatibile con la patologia.
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Ma c’è un profilo ancora più rilevante, che va oltre la semplice condotta durante l’assenza: la veridicità della malattia. Dichiarare il falso per ottenere giorni di assenza e dedicarli ad altro - come nel caso del concerto - rappresenta una violazione grave, perché incide direttamente sul vincolo fiduciario che regge il rapporto di lavoro.
Ed è proprio su questo aspetto che si fonda la decisione del giudice: non è tanto l’uscita da casa in sé a determinare il licenziamento, quanto l’aver simulato uno stato di malattia per sottrarsi agli obblighi lavorativi. Un comportamento che, per la sua natura, è sufficiente a giustificare anche il recesso immediato da parte dell’azienda.
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