Un messaggio su WhatsApp può essere giusta causa di licenziamento. Lo conferma la Cassazione.
Anche un messaggio su WhatsApp può costarti il posto di lavoro. E no, non è la decisione di un datore di lavoro permaloso o troppo severo, ma di un principio sancito direttamente dalla Corte di Cassazione. Con la recente ordinanza n. 7982/2026, infatti, gli Ermellini hanno riconosciuto la legittimità di un licenziamento per giusta causa dovuto a offese riportate in una chat privata. Ciò non significa che ogni racconto della propria giornata lavorativa e, perché no, qualche critica siano sempre giuste cause di licenziamento. Nella richiamata ordinanza la Suprema Corte chiarisce con precisione le ragioni che hanno motivato questa decisione che, pur essendo ovviamente riferite al caso concreto, rappresentano principi utili a interpretare situazioni analoghe. Vediamo quindi cos’è accaduto e in quali casi un messaggio su WhatsApp può essere causa di licenziamento.
Licenziata per un messaggio su WhatsApp
L’ordinanza 7982/2026 della Cassazione non affronta affatto un tema nuovo nelle cause di lavoro, visto che i mezzi di comunicazione digitale fanno facilmente emergere i dissapori tra le parti. Se un tempo gli sfoghi personali venivano riportati verbalmente, oggi sono per lo più nelle chat, specialmente nei gruppi. Così, oltre a saltare più rapidamente all’attenzione sono anche più nocivi, proprio in virtù del potenziale danno reputazionale. In ogni caso, se nelle chat WhatsApp ci si esprime con modi e contenuti tali da compromettere il rapporto di fiducia con il datore di lavoro e ledere gli interessi dell’azienda si rischia il licenziamento.
Secondo la Cassazione, il fatto che una conversazione sia privata non è affatto una giustificazione. Contano gli effetti e soprattutto la potenziale diffusione dei contenuti, tanto più rischiosa quanti più sono i partecipanti. Nel caso specifico su cui si è pronunciata la Suprema Corte, la lavoratrice aveva inviato un messaggio vocale all’interno di una chat con i colleghi di lavoro. Uno dei classici gruppi di WhatsApp che popolano gli smartphone al giorno d’oggi, pratici e divertenti ma comunque non esenti da ogni regola.
Nell’audio in questione la lavoratrice parlava delle direttive aziendali in epoca pandemica, raccontando dei metodi previsti per il controllo del green pass dei dipendenti. Fino a qui nulla di particolare, ma pensando bene all’argomento sanitario si dovrebbe facilmente intuire che il messaggio si è fatto ben presto molto agitato. L’ex dipendente nel suo messaggio vocale criticava aspramente le politiche aziendali di questo genere, non attraverso un legittimo confronto di idee, bensì mediante pesanti offese rivolte a superiori e colleghi “complici” del non gradito controllo.
La lavoratrice non si è limitata a insultare l’azienda, ma ha condiviso ai colleghi presenti nel gruppo anche dei metodi volti a eludere i controlli aziendali. Le violazioni in questo caso sono state quindi molteplici, visto che veniva violato un diretto obbligo verso l’azienda e addirittura la lavoratrice invitava i colleghi a seguire il suo esempio, usando peraltro parole ingiuriose lesive dell’immagine aziendale. La ciliegina sulla torta: parte delle comunicazioni condivise era di natura riservata.
Quando perdi il lavoro
Un contenuto di questo tipo è un’evidente violazione del vincolo fiduciario e degli obblighi contrattuali nei confronti del datore di lavoro. Il fatto che la conversazione fosse privata non è rilevato, perché si trattava comunque di un gruppo con più partecipanti. Di conseguenza, secondo la Corte di Cassazione, la donna era consapevole della potenziale diffusione del suo messaggio attraverso tutti i terzi che lo hanno ricevuto.
Proprio questo aspetto ha delineato la gravità della violazione disciplinare, essendo stata evidenziata la responsabilità della lavoratrice nella diffusione di contenuti offensivi e lesivi, pur non essendo la sua diretta volontà. Se lo stesso messaggio fosse stato inviato a un solo destinatario la vicenda avrebbe assunto tutt’altra dimensione, ma vale in ogni caso la pena ricordare la distinzione tra critica e offesa, come pure gli eventuali obblighi di riservatezza.
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