Le bestemmie possono urtare la sensibilità altrui indipendentemente dalla fede, soprattutto sul posto di lavoro. Per questo motivo i dipendenti che bestemmiano rischiano conseguenze disciplinari.
Bestemmiare può comportare grossi disagi a colleghi e clienti, ecco perché dovrebbe a prescindere essere evitato. Anche senza entrare nel vivo della questione religiosa, che comunque è rilevante, si tratta infatti di un linguaggio poco adatto alla vita professionale e sociale in generale. La bestemmia viene di fatto percepita come offensiva della sensibilità e della morale, potendo compromettere la serenità dell’ambiente di lavoro, la reputazione dell’azienda e così via.
D’altra parte, proprio lo stress lavorativo può indurre a qualche sfogo poco edulcorato. Molte persone hanno rischiato di perdere il posto di lavoro proprio a causa delle bestemmie, ma nella generalità dei casi si tratta di un provvedimento eccessivamente severo. Ecco cosa si rischia a seconda dei casi.
È legittimo il licenziamento per una bestemmia al lavoro?
Un licenziamento motivato con il fatto che il dipendente abbia detto una bestemmia sul luogo di lavoro si pone senza dubbio come licenziamento disciplinare, cioè volto a interrompere il rapporto di lavoro a causa del grave comportamento del dipendente.
Il licenziamento è innegabilmente la sanzione disciplinare più grave e rientra nelle possibilità del datore di lavoro, ma soltanto quando la colpa del lavoratore è tale da non consentire il proseguimento del lavoro (o da non proseguirlo senza pregiudizio per l’azienda).
Il linguaggio sconveniente, che comprende offese, parolacce e bestemmie, è stato spesso oggetto di cause riguardo al licenziamento. Questo perché sono più di quelli che si pensano i datori di lavoro che sono arrivati a licenziare un dipendente per il linguaggio scurrile usato (e spesso giudicati in torto dai tribunali).
Il licenziamento disciplinare deve sempre essere ricondotto a una grave colpa del lavoratore, tale da ostacolare irreversibilmente il proseguimento del rapporto di lavoro. È estremamente difficile che una bestemmia possa portare a questo risultato, per quanto socialmente poco accettabile. Questo non significa che si possa catalogare come illegittimo qualsiasi licenziamento che abbia a che fare con bestemmie o parolacce, ma è possibile farlo con sufficiente sicurezza quando:
- non si tratta di un comportamento ripetuto;
- il dipendente non era già stato sanzionato;
- il linguaggio non ha compromesso fortemente gli interessi aziendali (immagine nei confronti dei clienti, serenità dell’ambiente di lavoro per i colleghi...).
Quando le bestemmie causano il licenziamento
Con tutta probabilità, avrebbe senso parlare di licenziamento in ipotesi di bestemmie ripetute in più occasioni, nel rivolgersi al datore di lavoro, ai colleghi e perfino ai clienti. In questo caso, se il dipendente non migliora il suo comportamento dopo le sanzioni disciplinari il licenziamento si configura come l’unica strada percorribile dall’azienda.
Al di fuori di casi simili, in cui i comportamenti sono reiterati e tali da compromettere l’attività lavorativa è quasi impossibile presumere la legittimità di un licenziamento a causa di una bestemmia. Tanto più quando il dipendente non si rivolge ad altre persone o comunque non turba l’immagine dell’azienda dinanzi ai clienti e non compromette la serenità dell’ambiente di lavoro.
In realtà, la bestemmia non è a priori un legittimo motivo di licenziamento nemmeno se pronunciata durante una discussione accesa con il capo. L’ordinanza n. 4831 del 16 febbraio 2023 della Corte di Cassazione ha infatti considerato che l’utilizzo di un linguaggio volgare nei confronti dei superiori non può essere punito con il licenziamento, ma solo con sanzioni conservative.
La ratio è che la sanzione disciplinare sia proporzionata alla condotta del lavoratore e in linea con il buon senso comune. Un criterio molto utile a giudicare le condotte del lavoratore è quello del disvalore ambientale, richiamato dall’ordinanza n. 25969 del 6 settembre 2023 della Cassazione.
Oltre a giudicare il fatto in modo oggettivo è necessario capire come quella condotta possa influenzare l’ambiente di lavoro nel suo complesso. Una singola bestemmia, tanto più se il lavoratore che la pronuncia non ha mansioni di responsabilità, non è certo in grado di pregiudicare l’ambiente di lavoro.
Cosa rischia chi bestemmia al lavoro
Abbiamo visto che nella stragrande maggioranza dei casi bestemmiare non comporta il licenziamento, almeno non quando è l’unica violazione commessa dal dipendente. Questo però non vuol dire certo che le bestemmie al lavoro restino impunite o che siano prive di rischi. Partendo innanzitutto dal profilo generale bisogna ricordare che pur non essendo più un reato bestemmiare è ancora vietato dalla legge. Si tratta di un illecito amministrativo punito con la sanzione pecuniaria da 51 a 309 euro.
Il datore di lavoro, ma anche qualcun altro dei presenti, potrebbe quindi agire contro il dipendente con una causa civile per sanzionare la bestemmia e disincentivare la ripetizione del turpiloquio. Più raro, ma comunque possibile, che la causa civile serva anche a richiedere un risarcimento. Le bestemmie (e soltanto quelle considerate tali agli occhi della legge, quindi riguardanti le divinità) hanno un’implicita offesa della decenza e della morale, ma soprattutto al sentimento religioso, generalmente non risarcibile. Se le persone offese riescono a mostrare un danno emotivo o psicologico consistente e concreto possono tuttavia richiedere il risarcimento.
Questi casi sono piuttosto rari e gravi, più probabili insieme a un licenziamento disciplinare piuttosto che in sua sostituzione. Lo stesso vale per il datore di lavoro che lamenta il danno reputazionale. Dal punto di vista lavorativo, però, ci sono altre conseguenze cui è esposto il lavoratore che bestemmia. Come anticipato, il datore di lavoro può applicare una sanzione disciplinare conservativa (nel rispetto della contrattazione collettiva nazionale), ma non può licenziare il dipendente per questo unico motivo.
A seconda della gravità complessiva, valutata anche in base alla frequenza delle bestemmie e della condotta generale, il dipendente rischia quindi (in ordine di gravità crescente):
- il rimprovero verbale;
- l’ammonizione scritta;
- la multa pecuniaria;
- la sospensione;
- il trasferimento.
Le sanzioni disciplinari devono in ogni caso essere comminate nel rispetto della contrattazione e dopo 5 giorni dalla contestazione scritta al dipendente, che deve avere la possibilità di essere ascoltato. A meno di situazioni particolari, quindi, una bestemmia si risolve con un rimprovero informale a voce. Si raccomanda comunque attenzione a specifici codici di condotta e regolamenti aziendali, come pure alle regole speciali riguardanti alcune categorie di lavoratori (come il codice di condotta militare).
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