È tornato a casa con una maglietta della squadra dell’NBA dei Golden State Warriors, ricevuta dal governatore della California, Gavin Newsom. Ha ottenuto applausi e standing ovation dall’élite imprenditoriale statunitense, rassicurata sul fatto di poter continuare ad investire in Cina. Nel faccia a faccia con Joe Biden, ha infine teso la mano al presidente degli Usa accettando di riattivare le comunicazioni militari tra le parti, così da limitare i rischi di un improvviso casus belli. Il viaggio negli Stati Uniti di Xi Jinping è terminato tra sorrisi e strette di mano, piccoli successi diplomatici ma nessuna svolta concreta, come preventivato alla vigilia.
Del resto le aspettative americane erano ridotte al minimo, mentre la controparte cinese non si è mai sbilanciata su quali obiettivi e finalità raggiungere. Per certi versi, possiamo affermare che la trasferta di Xi oltreoceano è servita a ridare slancio all’immagine del leader cinese, offuscata da un’economia interna ancora balbettante e da pressioni non trascurabili. Relative, ad esempio - ed è questo non a caso uno dei nodi irrisolti del summit con Biden - dossier Taiwan: né Cina, né Stati Uniti intendono infatti fare un passo indietro sul destino dell’isola.
Le prospettive di Xi e Biden
Le prospettive di Stati Uniti e Cina sono ben rappresentate dal post summit. Al termine del vis a vis con il leader cinese, Biden si è presentato in conferenza stampa parlando di un incontro “costruttivo, produttivo e schietto”. Al contrario, Xi ha partecipato ad una cena dove erano presenti i migliori amministratori delegati Usa, recentemente nervosi su come dirigere i loro affari in Cina.
Il simbolismo è abbastanza chiaro. Ad un anno dalle elezioni americane del 2024, con un indice di gradimento deludente e la minaccia di downgrade da parte di Moody’s Investors Services, gli investitori globali ritengono che a Biden sia rimasto ben poco da offrire alle dinamiche sino-americane.
Xi, che invece non deve rendere conto agli elettori, ma ad un’agenda politica scandita in simbiosi con il Partito Comunista Cinese, ha pensato bene di rassicurare il gotha del sistema economico-finanziario Usa. Lo stesso che ha consentito a Pechino di continuare a svilupparsi in cambio della possibilità di ritagliarsi quote d’azione in un mercato immenso. Detto altrimenti, l’incontro è servito ai due presidenti per rafforzare le rispettive posizioni politiche in contesti diametralmente opposti. Poco o niente è stato fatto per limare la rivalità geopolitica.
I prossimi passi della Cina
I rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Cina continuano così ad essere tormentati, tanto che le relazioni tra i due Paesi possono essere definite da un concetto ben preciso: quello di “rivalità duratura”, termine usato dagli scienziati politici per connotare due potenze che si sono distinte per un’intensa competizione in materia di sicurezza.
Washington e Pechino, insomma, si capiscono fin troppo bene e sono giunti alla conclusione che le proprie visioni del mondo non possono essere conciliate. Lo stesso vale per molte delle questioni in materia di politica estera, inquadrabili in scenari a somma zero. Detto altrimenti, Taiwan può essere governata da Taipei o da Pechino, ma non da entrambe, così come i mari della Cina orientale e Meridionale possono essere acque internazionali o territorio cinese.
In base a questo, è lecito supporre che l’amministrazione Biden possa proseguire nel suo intento volto a contenere l’espansione di Pechino nell’Indo-Pacifico, attivando una rete diplomatica con quanti più partner asiatici possibili (dalla Corea del Sud al Giappone passando per le Filippine). Dall’altro lato, Xi cercherà di dare ossigeno all’economia cinese, favorendo investimenti stranieri mirati e utili alla causa dello sviluppo del Paese. Di pari passo, è probabile che il Dragone manterrà la guardia alta su Taiwan, facendo tuttavia ben attenzione a non alterare lo status quo. Il gigante asiatico sa bene che non è ancora tempo di rischiare un conflitto con gli Usa.
Quelle di Biden e Xi sono quindi due attese diverse. Con l’unica differenza che la prima è destinata a spegnersi nel breve-medio termine (molto dipenderà dall’esito delle prossime elezioni statunitensi), mentre la seconda potrà contribuire, a meno di errori di calcolo, a stendere le fondamenta per le prossime azioni globali della Cina.