Il Druzhba (in russo “Amicizia”) è uno dei più grandi oleodotti del mondo, lungo circa 5.500 km, costruito negli anni ’60 dall’Unione Sovietica per trasportare petrolio greggio dalla Siberia occidentale verso l’Europa centrale e orientale.
Parte da Almetyevsk (Russia) e attraversa Bielorussia, Ucraina, Polonia, Germania, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e arriva fino in Croazia (ramo meridionale), con una capacità storica fino a 1,4 milioni di barili al giorno.
Infrastruttura che rimane strategica per Ungheria e Slovacchia ma che è minacciata da Kiev. Perché il Druzhba non è solo un tubo. Per l’Ungheria è la spina dorsale dell’economia: l’86% del petrolio e il 74% del gas arrivano da lì. Un’interruzione prolungata, secondo il Fondo Monetario Internazionale, potrebbe costare fino al 4% del PIL ungherese. E questo Zelensky lo sa.
La minaccia di Zelensky
Nei giorni scorsi, infatti, il leader ucraino ha dichiarato di voler "impedire che il petrolio russo arrivi in Europa”. Parole che non non sono un semplice monito a Mosca: sono un messaggio diretto agli alleati, soprattutto a chi – come l’Ungheria di Viktor Orbán – continua a difendere la sicurezza energetica del suo Paese a opporsi a una guerra senza fine. E non è la prima volta. Già ad agosto Zelensky aveva lasciato cadere una frase che suonava come un ultimatum: “L’esistenza del Druzhba dipende dalla posizione dell’Ungheria”. Da allora, le parole si sono trasformate in azioni. Droni ucraini hanno colpito ripetutamente la tratta russa del gasdotto: prima la stazione di Brjansk, poi gli impianti nella regione di Tambov. Per giorni, le forniture verso Budapest e Bratislava si sono fermate.
Su questo fronte, Viktor Orbán è stato molto chiaro: “Non possiamo sacrificarci sull’altare delle sanzioni”. E lo ha dimostrato di recente, strappando al presidente Usa Donald Trump – durante l’incontro di Washington del 7 novembre – un’esenzione dalle sanzioni energetiche americane. Un colpo diplomatico che, a quanto pare, ha fatto infuriare Kiev. “Se l’Ucraina continua a ostacolare le nostre forniture – ha replicato il ministro degli Esteri Péter Szijjártó – sospenderemo l’export di elettricità”. Un export che nel 2024 ha coperto il 40% del fabbisogno ucraino. Intanto, l’Ue - come al solito - si spacca. Da una parte Polonia e Baltici applaudono la linea dura di Zelensky. Dall’altra, Ungheria e Slovacchia invocano realismo: “Non possiamo morire di freddo per una guerra che non abbiamo scelto”.
La partita pericolosa del leader ucraino
Budapest, però, non aspetta. Con Belgrado sta già progettando un nuovo gasdotto che bypassi l’Ucraina, pronto entro il 2027. “Chi attacca la nostra energia – ha detto Orbán – attacca l’Ungheria”. E mentre Pokrovsk cade e gli scandali travolgono il governo ucraino, Zelensky gioca una partita pericolosa. Come scrive un analista citato dal Berliner Zeitung: “Sta mettendo all’angolo non solo la Russia, ma i suoi stessi alleati. E questo potrebbe costargli più di qualsiasi missile russo”.
Il nuovo blocco dell’Ungheria
Nel frattempo, l’Ungheria sta cercando di unire le forze con Repubblica Ceca e Slovacchia per formare un’alleanza scettica nei confronti dell’Ucraina all’interno dell’UE, come ha dichiarato a Politicoun alto consigliere politico del primo ministro ungherese Viktor Orbán. Quest’ultimo spera di allearsi con Andrej Babiš, il cui partito populista di destra ha vinto le recenti elezioni parlamentari in Repubblica Ceca, e con il primo ministro slovacco Robert Fico, per allineare le posizioni in vista dei vertici dei leader UE, inclusi incontri preliminari, ha aggiunto il consigliere.
Sebbene un’alleanza politica solida sia ancora lontana, questa formazione potrebbe ostacolare significativamente gli sforzi dell’UE per sostenere finanziariamente e militarmente l’Ucraina. «Penso che arriverà – e diventerà sempre più visibile», ha affermato Balázs Orbán, direttore politico del primo ministro, interpellato sulla possibilità che un blocco scettico sull’Ucraina agisca in modo coordinato nel Consiglio Europeo, citando il successo del gruppo Visegrad 4 (Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia) durante la crisi migratoria del 2015, quando resistettero alle quote obbligatorie di ricollocazione dei migranti promuovendo politiche pro-famiglia e confini esterni forti. Alleanza che si è frantumata a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. Ma ora è tempo di nuove alleanze.