Le azioni e i fondi che potrebbero scendere di più nei prossimi mesi con la riapertura di Hormuz

Redazione Money Premium

15 Giugno 2026 - 10:15

Il mercato resta volatile e i prossimi dati su inventari, flussi effettivi da Hormuz e domanda asiatica saranno decisivi per confermare o attenuare l’outlook

Le azioni e i fondi che potrebbero scendere di più nei prossimi mesi con la riapertura di Hormuz

Il mercato petrolifero sta assorbendo con forza l’impatto dell’accordo tra Stati Uniti e Iran che ha portato alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il Brent quota intorno agli 83-84 dollari al barile con cali del 4-5% nella sessione, mentre il WTI si attesta vicino agli 80-81 dollari, ai livelli più bassi da marzo.

Questo movimento riflette la rimozione del premio geopolitico accumulato durante i mesi di chiusura del principale chokepoint mondiale del greggio, attraverso il quale passava circa un quinto del traffico petrolifero globale.

L’impatto sui mercati della riapetura dello Stretto

Le case d’investimento concordano sul fatto che il de-risking geopolitico accelera il ritorno a un contesto di oversupply strutturale. La EIA nel suo Short-Term Energy Outlook di giugno prevede che, dopo un periodo ancora sostenuto nei prossimi mesi a causa dei drawdown accumulati nelle scorte, il Brent scenderà a una media di 89 dollari nel quarto trimestre 2026 e a 79 dollari nel 2027, una volta che la produzione shut-in verrà ripristinata e gli inventari globali torneranno a ricostituirsi. Secondo Rystad Energy, il mercato potrebbe vedere un surplus di oltre 5 milioni di barili al giorno già nel 2027, con la domanda cinese che resta debole per destocking, transizione elettrica e crescita economica rallentata. Questo scenario penalizzerà soprattutto i segmenti più esposti al prezzo spot del greggio.

Le società integrate maggiori come ExxonMobil e Chevron hanno già mostrato correzioni significative post-annuncio, con ribassi superiori al 5% nelle ultime sessioni. Durante il conflitto questi titoli avevano beneficiato del rally del barile, ma ora gli investitori ruotano verso settori ciclici meno sensibili all’energia. ExxonMobil, con una capitalizzazione intorno ai 620 miliardi di dollari, vede ridursi i margini upstream nonostante la diversificazione in raffinazione e chimica, mentre gli analisti di JPMorgan sottolineano che i free cash flow potrebbero contrarsi sensibilmente se il Brent si stabilizzerà sotto gli 85 dollari nel secondo semestre. Chevron, con market cap vicino ai 370-375 miliardi, risente in modo analogo dell’esposizione upstream e ha registrato flussi in uscita da posizioni istituzionali.

Attenzioni a questi titoli italiani

Sul fronte europeo e italiano, Eni risente dell’esposizione upstream e delle scoperte recenti, con cali intorno al 4-7% nelle sessioni recenti secondo i report di mercato. La società, con una capitalizzazione di circa 67-80 miliardi di euro, aveva accumulato guadagni consistenti da inizio anno grazie al contesto di prezzi elevati, ma ora gli analisti di Goldman Sachs e Mediobanca prevedono una pressione sui cash flow da produzione nel 2H 2026. Società di servizi come Saipem e Tenaris vedono ridursi le prospettive di ordini per infrastrutture in un mercato di prezzi contenuti: Saipem ha perso terreno in modo marcato, con rischi di underperformance se gli investimenti upstream globali rallentano, mentre Tenaris soffre per la minore attività nei servizi oilfield. Gli analisti di JPMorgan evidenziano che, sebbene la normalizzazione fisica richieda settimane o mesi per logistica, assicurazioni e ripristino, l’effetto psicologico è già ribassista e favorisce una rotazione fuori dal settore.

I fondi e gli ETF puri sull’energia stanno accusando le perdite più marcate. L’Energy Select Sector SPDR (XLE), lo SPDR S&P Oil & Gas Exploration & Production (XOP) e il Vanguard Energy (VDE) hanno registrato cali tra il 5% e l’8% nelle ultime sessioni, con flussi in uscita significativi. Questi veicoli, fortemente correlati al prezzo del greggio e concentrati su esplorazione e produzione upstream, soffrono di più perché legati direttamente alla dinamica spot. Gli ETF più focalizzati sui servizi petroliferi e quelli leveraged perdono appeal rapidamente.

Secondo osservatori di Bloomberg, i midstream e i pipeline resistono meglio grazie ai ricavi fee-based, ma i prodotti puri upstream perdono slancio. Le banche consigliano selettività: privilegiare società integrate con bilanci solidi, buyback attivi e diversificazione verso gas, rinnovabili e chimica, evitando esposizione ad aziende specializzate troppo legate al ciclo economico.

I prossimi mesi saranno cruciali per il settore energetico

Per gli investitori italiani ed europei l’impatto è amplificato dal contesto locale. L’Italia, grande importatore netto, beneficerà di una bolletta energetica più leggera, ma le società quotate dovranno confrontarsi con cash flow ridotti da produzione. Goldman Sachs e JPMorgan Private Bank evidenziano che la pace geopolitica porta sollievo all’economia globale e ai consumatori con benzina più economica, ma rappresenta un headwind strutturale per il settore energia, che dovrà navigare un mercato più abbondante di greggio e margini ridotti rispetto ai picchi di guerra. Il consensus resta orientato a prezzi più bassi nel secondo semestre 2026, con possibili rimbalzi solo tecnici su ritardi nella riapertura effettiva o tagli OPEC+. Gli ETF e i fondi tematici puri energia sono tra i veicoli più esposti a questa correzione, mentre chi ha posizioni diversificate o difensive potrà gestire meglio la fase di normalizzazione.

In un contesto di oversupply preesistente, produzione record da USA, Brasile e Guyana e domanda debole asiatica, il ritorno dei flussi dal Golfo Persico amplifica la pressione ribassista. Gli analisti di Commonwealth Bank of Australia vedono il Brent potenzialmente a 80 dollari entro fine anno se i flussi recuperano il 60-70% dei livelli pre-conflitto. Questo scenario rende i titoli upstream puri e gli ETF correlati i più vulnerabili nei prossimi mesi, con rischi di ulteriore underperformance rispetto al mercato ampio.

Il messaggio delle banche d’investimento è chiaro: la normalizzazione porta benefici macroeconomici ma richiede cautela selettiva nel settore energia, privilegiando qualità e diversificazione rispetto all’esposizione pura al barile. Il mercato resta volatile e i prossimi dati su inventari, flussi effettivi da Hormuz e domanda asiatica saranno decisivi per confermare o attenuare questo outlook ribassista.