Una piccolissima élite di aziende ha generato quasi tutta la ricchezza creata dagli investitori negli ultimi cento anni, mentre la stragrande maggioranza delle società quotate ha prodotto risultati deludenti o addirittura negativi rispetto a un semplice investimento in titoli di Stato.
Questo fenomeno di concentrazione estrema ha raggiunto livelli senza precedenti nell’era tecnologica, dove colossi come Apple, Nvidia, Microsoft e Tesla hanno riscritto le regole del gioco, accumulando trilioni di dollari di valore per i loro azionisti. In un panorama sempre più dominato da innovazione, intelligenza artificiale e valutazioni miliardarie, capire quali forze guidano realmente la creazione di ricchezza diventa essenziale per chiunque voglia navigare i mercati senza cadere nelle trappole più comuni.
L’evoluzione del capitalismo moderno ha premiato in modo sproporzionato poche imprese visionarie capaci di scalare a livello globale, lasciando indietro migliaia di realtà che, pur quotate in borsa, non sono riuscite a creare valore duraturo. Questo squilibrio non è solo un dato statistico: rappresenta una lezione profonda su rischio, diversificazione e sulle reali probabilità di successo quando si sceglie di investire in singole azioni invece che nel mercato nel suo complesso.
Cosa emerge dallo studio?
Uno studio condotto dal professor Hendrik Bessembinder dell’Arizona State University ha portato alla luce dinamiche di lungo periodo che ridefiniscono il modo in cui si deve guardare al mercato azionario degli ultimi cento anni. L’analisi, che copre il periodo dal 1926 fino a dicembre dell’anno scorso, dimostra in maniera inequivocabile che la creazione di ricchezza per gli investitori è stata straordinariamente concentrata in un numero ridottissimo di società. La stragrande maggioranza delle azioni quotate non solo non ha generato rendimenti superiori a quelli dei titoli del Tesoro a breve termine, ma in molti casi ha addirittura deluso rispetto a un investimento privo di rischio sostanziale.
Il concetto centrale dello studio è quello di “lifetime wealth creation”, ovvero il contributo netto che ciascuna azienda ha dato alla ricchezza complessiva degli azionisti nel corso di un secolo. Questo indicatore non tiene conto soltanto della performance percentuale del titolo, ma tiene anche conto della dimensione della capitalizzazione di mercato dell’azienda stessa. Un incremento di valore del dieci per cento su una società già gigantesca genera un impatto sulla ricchezza totale molto più rilevante rispetto allo stesso incremento percentuale su una piccola realtà. Il professor Bessembinder ha confrontato questi risultati con il rendimento medio dei Treasury bill a un mese, pari a circa il 3,3 per cento annuo al netto dell’inflazione, e ha scoperto che più del novantasei per cento delle società quotate nel periodo non è riuscito nemmeno a eguagliare questo benchmark privo di rischio.
I dati rivelano una concentrazione crescente nel tempo. Nei primi decenni del secolo scorso la ricchezza era distribuita in maniera più eterogenea tra settori tradizionali come l’energia, l’industria e i beni di consumo. Con l’avvento dell’era tecnologica, e in particolare con l’esplosione di internet, dei semiconduttori e più recentemente dell’intelligenza artificiale, il quadro è cambiato radicalmente. Le prime posizioni della classifica sono oggi dominate da nomi legati al mondo tech:
| Azienda | Percentuale ricchezza | Valore assoluto |
| Apple | 5,5% | 5,0 trilioni $ |
| Nvidia | 5,0% | 4,6 trilioni $ |
| Microsoft | 4,4% | 4,0 trilioni $ |
| Alphabet | 3,9% | 3,6 trilioni $ |
| Amazon | 2,5% | 2,3 trilioni $ |
| Broadcom | 1,8% | 1,6 trilioni $ |
| Exxon Mobil | 1,6% | 1,4 trilioni $ |
| Meta | 1,5% | 1,4 trilioni $ |
| Tesla | 1,4% | 1,3 trilioni $ |
| Walmart | 1,3% | 1,2 trilioni $ |
| Berkshire Hathaway | 1,2% | 1,1 trilioni $ |
| Eli Lilly | 1,2% | 1,1 trilioni $ |
| JPMorgan Chase | 1,2% | 1,1 trilioni $ |
| General Electric | 0,9% | 0,8 trilioni $ |
| Johnson & Johnson | 0,9% | 0,8 trilioni $ |
| IBM | 0,9% | 0,8 trilioni $ |
| Oracle | 0,8% | 0,7 trilioni $ |
| Visa | 0,7% | 0,6 trilioni $ |
| Procter & Gamble | 0,7% | 0,6 trilioni $ |
| Chevron | 0,7% | 0,6 trilioni $ |
Come e perché è cambiata la classifica?
Particolarmente interessante è il caso di SpaceX. Dopo la quotazione iniziale pubblica avvenuta il 12 giugno 2026, la società ha raggiunto in pochi giorni una capitalizzazione di mercato superiore ai due trilioni di dollari, entrando brevemente nella top 30 delle aziende che hanno creato più ricchezza nell’intero secolo. Il professor Bessembinder, interpellato pochi giorni dopo l’IPO, ha calcolato che SpaceX aveva già contribuito in maniera significativa alla creazione di ricchezza netta per gli investitori, anche se il successivo calo del prezzo delle azioni l’ha poi fatta uscire da quella ristretta cerchia.
Questo episodio illustra perfettamente quanto la dimensione e la velocità di crescita possano influenzare il posizionamento in una classifica che premia non solo i rendimenti percentuali ma anche l’impatto assoluto sulla ricchezza complessiva del mercato, stimata in circa novantuno trilioni di dollari netti creati nell’intero periodo.
Il confronto con la versione precedente dello studio, che si fermava al 2016, mette in luce un’accelerazione del fenomeno di concentrazione. Nel 2017 servivano cinque aziende per raggiungere il dieci per cento della ricchezza totale creata; oggi soltanto Apple e Nvidia da sole superano quel traguardo con il 10,5 per cento complessivo. I primi dieci titoli della nuova classifica hanno generato il ventinove per cento della ricchezza totale del secolo, contro il 17,1 per cento registrato nella versione precedente. Questo significa che negli ultimi nove anni il mercato azionario è diventato ancora più sbilanciato verso un numero ristretto di grandi vincitoro, soprattutto nel comparto tecnologico.
La metodologia tiene conto di tutti i dividendi distribuiti, delle operazioni di buyout e delle variazioni di capitale nel tempo, fornendo un quadro più completo rispetto a semplici analisi di rendimento percentuale. Questo approccio spiega perché aziende come General Electric, IBM e Johnson & Johnson, che figuravano ai vertici nelle classifiche fino a pochi decenni fa, sono scivolate in posizioni più basse pur rimanendo comunque tra le prime venti. Il loro contributo rimane significativo in termini assoluti, ma è stato superato dall’enorme scala raggiunta dalle big tech.
Come ottenere la diversificazione negli investimenti?
Da un lato, questi dati confermano che per la stragrande maggioranza delle persone è più razionale e meno rischioso affidarsi a fondi indicizzati a basso costo che replicano l’intero mercato, riducendo drasticamente la probabilità di selezionare i perdenti che rappresentano oltre il novantasei per cento delle società. Dall’altro lato, i numeri mostrano che chi è stato in grado di identificare e mantenere le poche grandi vincitrici ha ottenuto rendimenti straordinari, a condizione di aver sopportato i forti drawdown che anche i titoli migliori hanno subito nel corso degli anni. La tentazione di puntare su singole azioni ad alto potenziale, come quelle di Tesla o di SpaceX, rimane forte, soprattutto quando queste società raggiungono in tempi rapidi capitalizzazioni di mercato di trilioni di dollari, ma richiede una combinazione di competenza, fortuna e nervi saldi che non tutti gli investitori possiedono.
La crescente dominanza delle società tecnologiche solleva inoltre interrogativi sulla possibilità di ottenere una vera diversificazione. Quando un numero ristretto di nomi legati all’intelligenza artificiale, ai semiconduttori e alle piattaforme digitali concentra una fetta così ampia della creazione di ricchezza, i portafogli che sembrano diversificati possono in realtà essere esposti in maniera significativa alle stesse dinamiche di mercato. Il caso di SpaceX, che in pochi giorni di quotazione pubblica ha dimostrato quanto rapidamente una valutazione elevata possa alterare le classifiche storiche, rappresenta un caso di studio emblematico di questa nuova era.