La sanità e le pensioni saranno sostenibili solo se ce le pagheranno anche le macchine

Guido Salerno Aletta

13/12/2024

Per ridurre il divario entrate-spese, i contributi sanitari e previdenziali dovrebbero essere proporzionati al fatturato delle imprese, anziché al monte salari pagato.

La sanità e le pensioni saranno sostenibili solo se ce le pagheranno anche le macchine

Non c’è solo una crisi del Welfare State, ma dello Stato Fiscale: anche negli Stati Uniti, per citare l’esempio di un Paese asseritamente “liberista”, la dinamica della spesa pubblica assistenziale è divenuta inarrestabile nonostante ci sia l’obbligo di avere una assicurazione sanitaria privata e la gran parte dell’istruzione sia pagata direttamente da chi ne usufruisce.

Il “debito scolastico”, le somme prese a prestito privatamente dagli studenti per pagarsi le rette dei college e vivere fuori casa, è cresciuto a sua volta in modo esponenziale ed i salari non sono sufficienti per ripagarlo nei tempi previsti: per questo, più volte si è intervenuti per accollarlo almeno parzialmente alle finanze federali.
Eppure, c’è stata una sorta di Età dell’oro anche per le finanze pubbliche italiane, fino al 1971, di cui abbiamo perso la memoria.

Bisogna partire da una constatazione oggettiva: da quella data in poi, la dinamica della spesa pubblica è stata sempre strutturalmente più veloce rispetto a quello delle entrate. In precedenza accadeva esattamente il contrario: le entrate tributarie, derivanti dalla elevata dinamica dei salari e dell’occupazione, crescevano sempre più delle spese, e dunque c’era un “dividendo fiscale” da utilizzare ogni anno per nuove finalità di spesa.
Ciò significa che, dal 1971 in poi, il bilancio pubblico a legislazione invariata deve finanziare in deficit l’eccesso di spesa, ovvero deve corrispondentemente ridurla se non si vogliono aumentare le tasse: mentre la prima opzione comporta un aumento del debito e degli interessi, e quindi non può essere adottata se non in misura minima, sia la riduzione delle spese sia l’aumento delle tasse hanno un effetto negativo sulla dinamica economica in quando riducono la domanda aggregata.

L’effetto che ne deriva praticamente dappertutto è quello di una crescita economica ridotta al lumicino, di un livello crescente dei debiti pubblici e della insostenibilità di due pilastri del Welfare State: i settori della sanità e delle pensioni sono continuamente oggetto di tagli di spesa e di riforme volte ad elevare continuamente l’età minima per lasciare il lavoro ed a ridurre la misura dell’assegno.
Tutte le soluzioni alternative fin qui escogitate, dalle pensioni complementari incentivate fiscalmente al ricorso alle assicurazioni sanitarie private, non hanno risolto il problema di fondo: solo una percentuale minima della popolazione, quella più abbiente, se le può permettere.

C’è un altro aspetto da considerare: la progressiva sostituzione del lavoro umano con quello meccanico. In ragione dei maggiori costi e della minore efficienza, il fattore lavoro rappresenta una misura sempre più ridotta nella attività produttiva: ciò significa che si riduce costantemente il peso del salario rapportato al valore della produzione. Di conseguenza, anche la dinamica dei contributi sanitari e previdenziali, che vengono pagati in percentuale fissa sui salari, risulta proporzionalmente meno veloce rispetto a quello dei fatturati delle imprese.

Qui si determina l’apertura della forbice tra entrate pubbliche e spese sociali: queste ultime crescono più velocemente delle prime in funzione del maggior costo delle cure mediche che vengono erogate e del progressivo allungamento della vita di coloro che usufruiscono delle prestazioni pensionistiche.

La soluzione sarebbe tanto semplice dal punto di vista tecnico, quanto traumatica sotto il profilo politico e della concorrenza internazionale: per chiudere la forbice tra entrate e spese, tanto i contributi sanitari quanto quelli previdenziali dovrebbero essere percentualmente commisurati non al “monte salari” che viene pagato ma al fatturato che viene incassato delle imprese.
Se, in teoria, il valore della produzione di una macchina non è altro che quello del lavoro umano in essa accumulato e cristallizzato, in pratica il lavoro meccanico spiazza quello umano. Ma se il lavoro umano viene assoggettato a contribuzione dal punto di vista del sistema sanitario e previdenziale, mentre quello meccanico non lo è, il sistema non regge.