Sui dazi, Pechino ha deciso di rendere pan per focaccia a Bruxelles: così come ad ottobre scorso era stata l’Unione europea ad imporre un dazio compensativo del 45% sui veicoli elettrici importati dalla Cina, a seguito di un’indagine che aveva accertato la esistenza di consistenti sussidi di Stato che consentono di esportare ad un prezzo inferiore a quello reale di produzione, ora è la Cina che ha annunciato la imposizione di dazi provvisori, per due mesi a decorrere dallo scorso 23 dicembre, nella misura compresa tra il 21,9% e il 42,7% sui prodotti lattiero-caseari europei, accusando l’UE di sovvenzioni illecite.
Un parallelismo chiaro, sia nella misura che nei tempi della reazione cinese, che colpisce soprattutto le esportazioni di Italia e Francia, rispetto ad un valore complessivo delle esportazioni europee che nel 2024 era stato di 1,7 miliardi di euro.
Non è affatto un mistero per nessuno, neppure ovviamente per i cinesi, che l’Agricoltura europea sia sovvenzionata strutturalmente da decenni attraverso la PAC, la Politica Agricola Comune, che rappresenta l’impegno finanziario più consistente del bilancio europeo: ma la Cina ora lamenta che le esportazioni europee sotto-costo danneggiano ingiustamente i produttori locali.
Se dal punto di vista legale, la Commissione europea ha già annunciato di voler ricorrere al WTO affinché confermi la liceità degli aiuti, in punto di fatto le importazioni cinesi di prodotti lattiero-caseari vedono in prima fila l’Unione europea, seguita dalla Nuova Zelanda: nel mirino non ci sono solo i formaggi, ma soprattutto il latte scremato e in polvere.
Questo comparto è comunque ben poca cosa rispetto all’export europeo di carne suina e suoi derivati, che aveva raggiunto il record di 7,4 miliardi di euro nel 2020, nell’apice della crisi sanitaria che aveva bloccato l’economia cinese, e che a partire dal 17 dicembre scorso è soggetto a tariffe variabili tra il 4,9% e il 19,8% a seconda delle varie tipologie di prodotto: se il consumo di carne di maiale è fondamentale per i cinesi, a fare le spese di questi dazi saranno soprattutto gli allevatori ed i produttori tedeschi.
D’altra parte, è proprio l’industria tedesca che si trova nell’occhio del ciclone, per via della concorrenza delle assai più economiche vetture elettriche cinesi che le marche tedesche cercano in qualche modo di contrastare andando a produrre direttamente in Cina: più che un boomerang, è un paradosso per quello che è sempre stato considerato il fiore all’occhiello dell’industria tedesca.
L’Unione europea non è stretta solo dalla morsa dei dazi commerciali americani, ma di un più generale rallentamento dell’economia mondiale: nel trimestre settembre-novembre, rispetto al precedente, l’export si è ridotto complessivamente dello 0,4%, per via delle minori vendite di energia (-18,3%), beni di consumo durevoli (-4,0%) e beni strumentali (-3,7%), mentre sono cresciute le esportazioni di beni intermedi (+5,0%) e beni di consumo non durevoli (+1,1%).
Nello stesso periodo, l’import è diminuito dello 0,9%, per effetto dei minori acquisti di energia (-14,0%) e di beni strumentali (-5,0%). Per quanto attiene alle direttrici geografiche, ci sono state fortissime riduzioni delle esportazioni verso la Turchia (-41,1%), i Paesi ASEAN (-21,6%) ed il Regno Unito (-18,0%), e parimenti in calo verso i Paesi Mercosur (-5,8%) e gli Stati Uniti (-3,0%).
Le importazioni europee hanno parimenti registrato una forte contrazione, non solo nei confronti dei Paesi OPEC (-34,6%) ma anche da Svizzera (-14,1%), Regno Unito (-12,6%), Stati Uniti (-8,2%), Turchia (-6,8%) e Cina (-4,2%).
Anche la Germania, pur rimanendo attivo il suo saldo commerciale, ad ottobre ha registrato una riduzione del 3,3% delle esportazioni verso i Paesi extra-UE: in particolare, sono cadute del 7,8% quelle verso gli USA, suo principale mercato di sbocco.
Per l’Italia, valgono sostanzialmente le stesse considerazioni: nel trimestre settembre-novembre 2025 l’export si è ridotto dello 0,4% e l’import dello 0,9%, mentre l’avanzo commerciale dei prodotti non energetici è salito a 10 miliardi di euro.
La guerra dei dazi continua, il commercio mondiale si contrae, mentre le imprese marginali e gli operatori più deboli spariscono lentamente. La crescita economica ne risente e il rischio di passare dal rallentamento alla recessione è sempre più vicino.