Uno dei tanti dilemmi di queste settimane è se Donald Trump voglia davvero annettere l’isola o se stia semplicemente usando una retorica aggressiva. Ma, come spesso accade con questo presidente americano, ciò che conta veramente non sono le parole – e a volte neanche le decisioni più spettacolari – ma l’effetto che esse producono.
Che in questo caso è stato quello di gettare le élite europee nel panico, smascherando una fragilità che va ben oltre la questione groenlandese. La reazione scomposta delle capitali europee non è stata quella di attori sovrani che difendono un principio, ma quella di amministratori che scoprono improvvisamente di non controllare il quadro strategico in cui operano.
Un articolo particolarmente acuto sulla questione è quello scritto per The American Conservative da un commentatore irlandese che, come certi folletti, nella più pura tradizione dei racconti fantastici e folklorici della sua terra, ribalta lo scenario delle realtà apparenti per mostrare la verità nuda e cruda (e viceversa). Vale la pena di seguire il ragionamento. L’Europa, scrive Philip Pilkington, si presenta come paladina del diritto internazionale, ma solo quando questo non comporta costi politici o materiali per sé stessa:
“Ricordiamo che quando il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha chiamato Trump “papà”, offrendo al mondo uno scorcio del rapporto sordido sviluppatosi tra gli Stati Uniti e i loro vassalli masochisti europei, si riferiva ai bombardamenti dell’amministrazione Trump contro le strutture nucleari iraniane. Lasciando da parte ogni giudizio sulle azioni in Venezuela e in Iran, il punto è che gli europei sono perfettamente a loro agio con interventi militari in altri Paesi, purché questi si trovino al di fuori dell’alleanza sacra. Viene alla mente il commento del vicepresidente della Commissione europea Josep Borrell nel 2022, secondo cui il mondo al di fuori del “giardino” europeo sarebbe di fatto una “giungla” — e, si può inferire, nella giungla valgono le leggi della giungla.
Ma non si tratta soltanto del razzismo neocoloniale, quasi nostalgico, dell’attuale classe dirigente europea — una fantasia sporca che essi vivono per interposta persona attraverso gli interventi di “papà” nei loro vecchi territori coloniali. I leader europei mostrano lo stesso disprezzo anche per le popolazioni europee. Non ci fu alcuna indignazione quando l’amministrazione Obama bombardò la Libia, provocando un’ondata migratoria che ha distrutto il tessuto sociale europeo. Né vi fu scandalo quando il gasdotto Nord Stream esplose misteriosamente, dando avvio alla deindustrializzazione dell’Europa. Anzi, applaudirono. Si oppongono all’intervento di Trump sulla Groenlandia solo perché urta il loro ego e li smaschera per ciò che sono da tempo: subordinati deboli.”
A un certo punto Pilkington innesta una critica ancora più profonda e che riguarda la psicologia politica europea. Richiamando il concetto lacaniano di “Grande Altro”, egli suggerisce che l’Europa ha costruito la propria identità post-Guerra Fredda sull’idea di una tutela americana permanente. Gli Stati Uniti come padre benevolo, garante dell’ordine, ultimo assicuratore contro il caos. Trump, minacciando la Groenlandia, rompe questa finzione. Non perché voglia davvero ridefinire i confini del Nord Atlantico, ma perché mostra che l’America può smettere, in qualsiasi momento, di comportarsi come il pilastro simbolico dell’ordine europeo.
È in questo passaggio che l’articolo supera la dimensione polemica e diventa rivelatore. Il trauma europeo non nasce dalla possibilità concreta di perdere la Groenlandia, ma dalla scoperta che il garante esterno non è più affidabile, né necessariamente benevolo. L’Europa si scopre improvvisamente non adulta, ma dipendente. E reagisce non con strategia, bensì con risentimento morale.
Il nodo centrale, tuttavia, resta l’Ucraina. Secondo Pilkington, la Groenlandia è una punizione per la testardaggine europea nel prolungare una guerra che Washington — nella versione trumpiana — considera ormai persa o comunque non più utile. L’Europa, incapace di costruire una propria architettura di sicurezza, avrebbe scelto la strada più semplice: sabotare ogni ipotesi di negoziato, rinviare la fine del conflitto e attendere un improbabile ritorno di un’amministrazione democratica disposta a combattere la Russia “per conto” degli europei.
Questa strategia viene descritta come non solo irrealistica, ma moralmente discutibile. Il riferimento al “sacrificio rituale” delle vite ucraine è volutamente eccessivo, ma serve a sottolineare un punto che spesso resta sullo sfondo del dibattito pubblico: la distanza crescente tra chi decide la prosecuzione della guerra e chi ne paga il prezzo umano. In questa lettura, l’Europa appare come il soggetto più coinvolto simbolicamente e meno influente strategicamente.
Naturalmente, l’articolo forza un po’ la mano. Attribuisce all’amministrazione Trump un livello di coerenza strategica forse eccessivo e tende a rappresentare l’Europa come un attore del tutto passivo, privo di qualunque residua capacità decisionale. Ma questa iperbole è funzionale al messaggio. Non siamo di fronte a un’analisi neutrale, bensì a un testo che vuole colpire, umiliare, costringere a una presa d’atto.
Ed è proprio qui che risiede la sua utilità. Al di là delle esagerazioni e delle semplificazioni, il pezzo funziona come uno stress test per il discorso europeo dominante. Costringe a porsi domande che vengono sistematicamente evitate: cosa succede se gli Stati Uniti non vogliono più sostenere indefinitamente una guerra ai confini europei? Cosa resta dell’autonomia strategica europea quando il garante esterno cambia priorità? E soprattutto: l’Europa è disposta ad assumersi il costo politico di una pace imperfetta, o preferisce rifugiarsi in una guerra permanente senza controllo?
La Groenlandia, in questo quadro, non è una minaccia reale. È un messaggio. E come tutti i messaggi politici efficaci, dice molto più di quanto sembri.