L’incertezza delle scelte cinesi, che non è congiunturale ma sistemica, che deriva dal riequilibrio delle relazioni commerciali e produttive degli Usa con il resto del mondo che il Presidente Donald Trump sta cercando di imporre con ogni mezzo, usando soprattutto la leva dei dazi, rende inutile la consueta lettura dei report relativi ai dati delle esportazioni, all’andamento dei prezzi e del prodotto interno.
C’è un punto cruciale, da cui partire: non si è avverata nessuna delle previsioni che venticinque anni fa avevano indotto l’allora Presidente Clinton a spingere per l’ammissione della Cina nel Wto a condizioni di straordinario favore: Pechino avrebbe dovuto dedicarsi alla manifattura di scarso valore aggiunto, basando la propria competitività sul basso costo del lavoro, alla Old Economy che Washington abbandonava per arricchirsi ancora nel Secolo che si apriva, sviluppando la New Economy basata sulle tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni. Il vantaggio per i consumatori americani sarebbe derivato dal minor costo dei prodotti importati dalla Cina rispetto a quelli prodotti all’interno.
Ebbene, oggi la Cina compete con gli Usa in ogni settore produttivo, sfidando anche per il primato nello sviluppo delle soluzioni di Intelligenza Artificiale che rappresentano la frontiera più avanzata di un settore in grado di rivoluzionare i parametri della produzione, della convivenza quotidiana e dei conflitti militari. Anche nelle tecnologie green, dai pannelli fotovoltaici alle pale eoliche, e dalle batterie alle auto elettriche, la Cina non si è tirata indietro nella competizione relativa ai nuovi modelli produttivi e di consumo che negli Stati Uniti erano stati escogitati per riprendere una crescita economica basata sulla strategia del Build Back Better.
La grande svolta nel processo di sviluppo della Cina risale al 2009, quando dovette fronteggiare la crisi finanziaria americana, deflagrata con il fallimento della Lehman Brothers: fu allora che Pechino comprese che non poteva più affidarsi completamente alle esportazioni, a causa delle oscillazioni imprevedibili del mercato occidentale.
Si era esaurita la prima fase del processo di sviluppo: Pechino avrebbe dovuto ampliare il mercato interno e ad una progressiva autonomia nei processi di sviluppo: nel breve periodo, lo sviluppo frenetico del mercato immobiliare e gli investimenti pubblici in infrastrutture tamponarono il tracollo delle esportazioni, ma a costo di rendere il sistema bancario ufficiale e quello “ombra” estremamente fragili, esposti alla speculazione ed alla corruzione generalizzata.
La strategia della Nuova Via della Seta fu elaborata in questo contesto al fine di rendersi progressivamente sempre meno dipendenti dalle dinamiche dei consumi internazionali, creando una serie di relazioni dirette con i Paesi asiatici ed africani basati sul finanziamento di infrastrutture civili e produttive in cambio di forniture a lungo termine di minerali ed altre materie prime.
La promozione del Gruppo dei BRICS rientra a pieno in questa strategia: il mondo, sempre più multipolare, non deve rispondere ad un unico centro che ne determina i processi di crescita e le crisi ricorrenti.
Il “Sud globale”, di cui la Cina si fa portavoce ed emblema, non solo deve uscire dalla fase di minorità economica e politica che ancora caratterizza i Paesi che hanno subito le angherie della colonizzazione, ma si deve proporre come soggetto alternativo al cosiddetto “Occidente collettivo”.
Questa è la sfida lanciata dalla Cina, rispetto a cui gli Usa intendono mantenere ad ogni costo la propria ormai secolare superiorità globale che si misura in termini economici, finanziari, monetari e militari.
La Cina si trova di fronte alla necessità di nuove scelte: la prima riguarda l’evoluzione del modello di sviluppo che è basato sulla produzione interna, ancora in larga parte esportata, verso uno basato sulla integrazione all’estero delle proprie industrie senza abbracciare il modello anomico ed apolide che caratterizza le Multinazionali occidentali. Altri Paesi, come il Giappone e la Corea, non sono mai riusciti in questo intento: le caratteristiche culturali e comportamentali delle loro popolazioni, dei lavoratori e del management, sono talmente radicali e peculiari da non essere esportabili.
La cultura cinese è sicuramente più duttile, basata com’è sulla abilità nel commercio piuttosto che sulla forza militare, storicamente capace di adattarsi ad ambienti estremamente diversi: ma finora le sue comunità all’estero sono rimaste assolutamente impermeabili nei due sensi, insensibili alle influenze del mondo circostante ed incapaci di contaminarlo. Questa è la sfida più complessa da affrontare, che si pone sul piano culturale e della comunicazione collettiva.
La seconda sfida riguarda il modello di sviluppo tecnologico, nell’alternativa tra la centralizzazione o la distribuzione delle capacità decisionali, produttive e di controllo che si avvalgono delle nuove tecnologie informatiche, energetiche e di sostenibilità ambientale: piattaforme proprietarie, accentrate e chiuse, delineano assetti oligopolistici violentemente verticalizzati; oppure, piattaforme aperte, interoperabili e scalabili, che conformano modelli orizzontali e cooperativi.
Lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale diviene cruciale, nell’interazione tra gli aspetti culturali e quelli economici: c’è il “modello americano” basato sulla creazione di poche, ma gigantesche, server farm che assorbono quantità immense di energia elettrica ed in cui centinaia di migliaia di microchip lavorano simultaneamente al servizio di un numero sterminato di aziende e di professionisti di tutto il mondo, che vengono a dipendere non solo virtualmente dalla fornitura di questi servizi di elaborazione; all’opposto c’è il “modello italiano”, quello della informatica distribuita di cui fu pioniera l’Olivetti con i primi personal computer, di cui l’M10 fu il prototipo insuperabile.
Solo la scelta del “modello italiano”, orizzontale e distribuito, consentirà il successo di tecnologie di Intelligenza Artificiale basate sulla pervasività e non sul controllo accentrato: altrimenti, nel muro contro muro tra due sistemi verticali, entrambi ispirati al “modello americano”, quello sviluppato dalla Cina sarà ostracizzato, confinato fino alla morte per anossia, e quello made in Usa sarà vincente per mancanza di competitor affidabili.
La superiorità dell’Occidente, sostenuto dal mantra della libertà, verrà ribadita ed allo stesso tempo negata dall’oligopolio mondiale delle piattaforme di Intelligenza Artificiale. Il momento è cruciale, visto che tante iniziative multimiliardarie vengono ripensate per il timore di aver assecondato una nuova bolla.
Sfidare il dollaro è un’impresa improba, soprattutto cercando di scalzarlo con lo yuan, una moneta di cui nessuno conosce ed è capace di prevedere le dinamiche.
Non c’è solo il denaro a fluire ininterrottamente e dappertutto, ma anche le informazioni: chi ne domina la elaborazione, controlla il mondo; chi le rende liberamente elaborabili, garantisce la competizione sistemica.
Questa è la scelta cruciale per la Cina, se davvero vuole dare voce al “Sud del mondo”.