La Cina prevedeva uno scenario simile e lo scorso anno ha stoccato riserve di petrolio extra che ora gli fanno comodo.
Lo scoppio della guerra in Iran sta avendo conseguenze soprattutto dal punto di vista energetico. Il mondo occidentale guarda con grande preoccupazione alla possibilità che il prezzo del petrolio possa arrivare a livelli record, anche fino a 200 dollari al barile, come ipotizzato da alcune dichiarazioni provenienti da Teheran nel caso in cui il conflitto non si fermasse nelle prossime settimane.
Il motivo principale di questa tensione sui mercati è lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti al mondo per il commercio energetico. Attraverso questo stretto transitano ogni giorno circa 20 milioni di barili di petrolio, pari a circa il 20% del commercio mondiale di greggio diretto verso i mercati internazionali. 
Con il blocco dello stretto, una quota significativa dell’offerta globale di petrolio è ferma, provocando un forte squilibrio tra domanda e offerta. I prezzi del greggio hanno già registrato aumenti significativi, con rialzi che non si vedevano dal periodo immediatamente successivo alla pandemia di Covid. Se la situazione dovesse prolungarsi, gli analisti non escludono ulteriori aumenti.
Per i Paesi occidentali questa prospettiva è fonte di grande preoccupazione. Un aumento del prezzo del petrolio non si traduce soltanto in carburanti più cari per automobilisti e imprese, ma in un rincaro generalizzato dei costi di produzione e trasporto, con effetti a catena su tutta l’economia globale.
La Cina osserva alla crisi petrolifera con tranquillità
C’è però un Paese che osserva questa crisi con relativa tranquillità: la Cina. A Pechino la situazione viene monitorata con attenzione ma senza particolare allarmismo, anche perché la leadership cinese sembra aver previsto in anticipo uno scenario di questo tipo.
Non è un caso che negli ultimi mesi gli Stati Uniti abbiano esercitato forti pressioni proprio su due Paesi fondamentali per l’approvvigionamento energetico della Cina: Venezuela e Iran. Il Venezuela esportava una parte importante del proprio petrolio verso il mercato cinese, dove raffinerie specializzate erano in grado di trattare il greggio pesante proveniente dal Paese sudamericano. Anche l’Iran rappresenta uno dei principali fornitori di petrolio per Pechino.
Secondo diverse stime, lo scorso anno la Cina avrebbe acquistato circa l’80% delle esportazioni di petrolio iraniano, pari a oltre 1,3 milioni di barili al giorno. In teoria, quindi, le tensioni geopolitiche che coinvolgono Venezuela e Iran avrebbero potuto creare un problema energetico per la Cina.
Perché Pechino ha stoccato riserve extra di greggio
In realtà, la strategia di Pechino sembra essere stata molto più prudente. Negli ultimi anni il governo cinese ha infatti accumulato enormi riserve strategiche di petrolio. Solo lo scorso anno avrebbe acquistato circa 10 miliardi di dollari di greggio, pari a centinaia di milioni di barili, destinati allo stoccaggio per eventuali emergenze energetiche future.
Grazie a queste scorte, oggi la Cina dispone di riserve strategiche che coprono circa tre mesi di importazioni, un margine di sicurezza che consente al Paese di affrontare eventuali crisi del mercato petrolifero senza effetti immediati sull’economia.
Ma non è tutto. Negli ultimi anni Pechino ha investito enormemente anche nello sviluppo delle energie rinnovabili, con l’obiettivo di ridurre progressivamente la dipendenza dal petrolio. Il nuovo piano energetico del governo punta infatti a raggiungere il picco del consumo di petrolio entro il 2030, aumentando allo stesso tempo la produzione di energia solare ed eolica.
L’idea della leadership cinese è sfruttare ancora per qualche anno il petrolio disponibile a prezzi relativamente contenuti, mentre nel frattempo vengono costruiti nuovi impianti rinnovabili. Una strategia che, nelle intenzioni di Pechino, dovrebbe portare nel lungo periodo a una maggiore indipendenza energetica e a una minore esposizione alle crisi geopolitiche legate ai combustibili fossili.
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