Da inizio anno il dollaro si è svalutato sull’euro di poco meno del 15%, passando da un cambio pari ad 1.02 all’1.14 odierno. Andamenti simili si possono riscontrare verso le altre principali valute: il calo sullo yen giapponese è stato di circa il 10% come pure sul franco svizzero.
Le spiegazioni che sono state date rispetto a questo andamento dai principali analisti spaziano, ovviamente, dalla guerra commerciale e dei dazi innescata dalla nuova amministrazione a stelle e strisce, fino all’azione dei cosiddetti bond vigilantes preoccupati per l’aumento del debito americano.
Di seguito, riportiamo quindi quelle che sono le ipotesi più accreditate per spiegare efficacemente di questa fuga dal dollaro.
La prima spiegazione potrebbe rivenirsi nel comportamento di alcune tra le principali banche centrali globali che stanno attivamente riducendo la loro esposizione al debito americano a favore, ad esempio, dell’oro. Si è molto parlato del debito americano detenuto dalla banca centrale cinese, ma il primo detentore di debito americano è, invece, il Giappone con oltre un trilione in dollari. Nel bilancio della banca centrale già nel 2024 si è vista una riduzione di decine di miliardi nel debito americano. Questo punto di vista, ha sicuramente un fondo di verità, ma la dinamica in questo senso è di medio-lungo periodo. Inoltre, considerando il caso cinese, è più probabile che la stessa banca centrale abbia titoli americani di breve-media durata nel suo portafoglio, e non titoli a durata pluridecennale, dove invece si sono visti i maggiori problemi nel mercato.
Una seconda ipotesi, ancora più convincente, riguarda il fatto che i titoli americani sono ovviamente utilizzati come collaterale, cioè come garanzia, per i cosiddetti investimenti a leva. Con il calo del mercato azionario di marzo ed aprile, in seguito agli annunci sconnessi di Donal Trump, è probabile che per molte posizioni sia scattata il cosiddetto ‘richiamo di margine’ e cioè che molti investitori abbiano dovuto liquidare i titoli americani per mantenere le proprie posizioni.
Una dinamica che ha delle somiglianze con quanto appena descritto è ciò che potrebbe essere successo con i grandi fondi pensione internazionali, colossi che muovono trilioni di dollari, e che tipicamente investono anche nel mercato americano. Questi investimenti sono sempre coperti dal rischio di cambio tramite prodotti finanziari derivati dal forex, il mercato internazionale delle valute. Tuttavia, negli ultimi decenni, questi fondi tendevano a coprire il rischio di cambio leggermente meno del rischio stesso. Questo, da un lato perché, generalmente, nei casi di cali del mercato azionario il dollaro si è spesso apprezzato rispetto alle altre valute globali essendo percepito come valuta di riserva, dall’altro perché in alcuni casi la copertura del rischio risultava eccessivamente onerosa, ad esempio in casi di forte differenza di tassi di interesse come per yen e dollaro.
Nella situazione attuale, con un calo del mercato, e con uno contestuale e straordinario calo anche del dollaro, probabilmente molti fondi pensione hanno rivalutato la loro sotto-copertura al rischio di cambio e si stanno attrezzando coerentemente. Questa potrebbe quindi essere un’altra dinamica non limitata al breve periodo, ma durare anche mesi se non anni.
Sintetizzando, possiamo prevedere per il prossimo futuro un continuo dominio del dollaro in termini geo-economici, almeno fino a quando sarà intimamente legato alla quotazione delle principali materie prime e fino a quando durerà il sostanziale impero americano nel mondo occidentale. Tuttavia, sul piano finanziario, il dollaro continuerà a svalutare rispetto alle principali valute, e forse anche questo fa parte del piano Trump per rilanciare l’economia americana. Vedremo se basterà.