Petrolio, propaganda e potere: chi sta davvero vincendo nel Golfo Persico? La trappola narrativa tra Washington e Teheran si gioca su questo elemento.
La crisi nel Golfo Persico non si legge bene con gli strumenti tradizionali della geopolitica. C’è qualcosa di teatrale nella sequenza degli eventi: la tensione che sale, il blocco navale, l’annuncio americano di voler «aiutare» le petroliere a passare. Una coreografia più che una strategia.
Chi cerca la razionalità classica — interessi, costi, benefici, deterrenza — rischia di perdersi i passaggi più importanti, quelli che si svolgono non nelle sale operative ma nella percezione del pubblico americano.
Trump non gestisce le crisi internazionali come farebbero i suoi predecessori. Non cerca soluzioni, cerca momenti. Ogni escalation ha un arco preciso: si crea la tensione, la si alimenta fino al punto in cui diventa costosa per il proprio pubblico, poi si trova una via d’uscita che possa essere raccontata come vittoria. Il copione è sempre lo stesso, e funziona finché il prezzo della benzina rimane sopportabile. È una politica estera costruita non sull’interesse nazionale nel senso classico del termine, ma sull’emozione che riesce a generare nel proprio elettorato. La differenza, apparentemente sottile, ha conseguenze enormi per chi deve rispondergli. [...]
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