Le ombre dietro la corsa delle Big Tech per investire sull’intelligenza artificiale

Enrica Perucchietti

05/02/2023

L’intelligenza artificiale è la nuova frontiera del digitale e da Microsoft a Google, da Amazon a Meta, i colossi ci investono miliardi, mentre si profila il rischio della disoccupazione tecnologica.

Le ombre dietro la corsa delle Big Tech per investire sull’intelligenza artificiale

Dal suo lancio il 30 novembre dello scorso anno, ChatGPT, il chatbot basato su intelligenza artificiale più famoso del momento, è diventato un fenomeno inarrestabile. Il programma è l’ultimo prototipo sviluppato da OpenAI, un laboratorio di ricerca in California, che promuove lo sviluppo delle cosiddette Ai amichevoli (friendly Ai o Fai), e si basa su una precedente intelligenza artificiale del gruppo, chiamata GPT-3.

ChatGPT è talmente appetibile che ha già attirato gli occhi e i finanziamenti di Microsoft. L’azienda ha dichiarato che sta facendo un investimento “pluriennale e multimiliardario” da dieci miliardi di dollari in OpenAI. Microsoft aveva già investito oltre 3 miliardi di dollari in OpenAI e il nuovo accordo è una chiara indicazione dell’importanza dell’intelligenza artificiale per il futuro della società e la sua concorrenza con altre grandi aziende tecnologiche come Google, Meta e Apple.

I consistenti investimenti delle Big Tech sull’intelligenza artificiale vanno ben oltre l’odierno interesse per ChatGPT e dimostrano che, sebbene non ci sarà a breve una totale sostituzione, le macchine saranno sempre più integrate nella vita e nelle azioni degli esseri umani. E questo solleva non pochi interrogativi di tipo etico.

La priorità, in tutti i campi, è diventata l’automazione: il progresso passa per la meccanizzazione e pochi si fermano a riflettere sul destino dei lavoratori che, almeno dalle statistiche e dalle previsioni di economisti e scienziati, sembra segnare un de profundis per l’intera società. La robotica presto renderà possibile la creazione di una generazione di macchine tanto intelligenti da poter sostituire non solo la manodopera pesante ma anche i colletti bianchi, dando vita a quel fenomeno che era già stato previsto da John Maynard Keynes: la “disoccupazione tecnologica”, ossia la perdita di lavoro dovuta al cambiamento tecnologico. Questo cambiamento solitamente riguarda l’introduzione di tecnologie che permettono di ridurre il carico di lavoro eseguito dagli operatori e l’introduzione dell’automazione.

Keynes si mostrava inoltre preoccupato dalla “incapacità di adattarsi” nel breve termine, che forse rispecchia a pieno il problema odierno dell’automazione: l’inadeguatezza delle istituzioni e dell’intera società a gestire, organizzare e reggere il ritmo del cambiamento tecnico e le ripercussioni dell’innovazione sui lavoratori. Quando la tecnologia elimina (come è avvenuto in passato) un tipo di lavoro o addirittura un’intera categoria di lavoratori, questi dovranno adattarsi al cambiamento aggiornando le proprie competenze e trovandosi un nuovo posto di lavoro. Ciò potrebbe impiegare del tempo. Per gli ottimisti si tratta solo di una fase temporanea, alla fine della quale l’intera società gioverà delle innovazioni apportate mentre l’economia troverà un nuovo equilibrio.

Ma se ci volesse più di un decennio per raggiungere questo equilibrio? Quali sarebbero le ripercussioni su milioni di posti di lavoro che verrebbero in breve tempo cancellati? E se poi, a quel punto, la tecnologia fosse di nuovo cambiata e i lavoratori non riuscissero a starle dietro?

Dovremmo in conclusione chiederci se il gap tra il progresso tecnologico e l’adattamento dei lavoratori sia colmabile oppure sia insanabile e anzi non rischi di rafforzarsi e di aumentare così la diseguaglianza.