Bettino Craxi una volta disse: «Non sono euroscettico ma europessimista». Le elezioni europee hanno prodotto un terremoto politico in tre Paesi fondatori dell’Unione come Belgio, Francia, Germania. L’ondata di «destra» ha travolto il presidente francese Emmanuel Macron - che ha sciolto l’Assemblea nazionale e indetto nuove elezioni per il 30 giugno - assestato un duro colpo al già traballante e impopolare governo «semaforo» del cancelliere Olaf Scholz e portato alle dimissioni del premier belga Alexander De Croo, leader del partito Open Vld sceso sotto il 10% nelle Fiandre. Le ripercussioni del voto europeo hanno dunque scosso i Paesi sul piano interno, mentre a livello comunitario tutto cambia per non cambiare nulla. Quasi come se non fosse accaduto nulla lo scorso fine settimana.
Il voto popolare? (Quasi) ininfluente
Dopo le elezioni del 6-9 giugno, la presidente uscente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, già al centro dello scandalo del «Pfizergate», è in corsa per il secondo mandato. L’investitura potrebbe arrivare già il 17 giugno: una volta incassato il sostegno della maggioranza europeista PPE-S&D-Renew Europe al Parlamento Ue, a cui si aggiungerà probabilmente il sì dei Verdi, saranno poi i capi di stato e di governo a dare il via libera al von der Leyen bis. «Dopo le elezioni del Parlamento europeo, i leader Ue discuteranno del prossimo ciclo istituzionale», si legge nell’ordine del giorno del vertice informale previsto per lunedì (17 giugno), che ricorda il «ruolo centrale» nella designazione di tre ruoli di alto profilo dell’Unione: Presidente della Commissione Europea, Presidente del Consiglio Europeo e Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, riporta Eunews. Oltre a von Der Leyen, António Costa, ex primo ministro portoghese, indagato a Lisbona, è il chiaro favorito per essere il prossimo presidente del Consiglio europeo.
Verso il von der Leyen bis
Del caos politico francese e tedesco, oltre che delle indicazioni che arrivano dal voto, il Parlamento europeo e i vertici dell’Ue sembrano non curarsene e della prossima maggioranza al Parlamento europeo faranno parte anche i centristi-liberali di Renew Europe che hanno chiaramente perso queste elezioni europee. «Il centrodestra ha vinto queste elezioni» spiega a Politico l’eurodeputata belga Assita Kanko, vicepresidente dell’ECR, il gruppo dei conservatori di cui Giorgia Meloni è presidente. «Non possiamo essere un gruppo che ha vinto le elezioni, che ora è un gruppo enorme, e poi non essere inclusi nei negoziati di base», spiega Kanko, aggiungendo che ritiene che gli elettori abbiano dato un mandato chiaro. «Il PPE ha vinto alla grande, l’ECR ha vinto alla grande, basta rispettarlo». Difficile darle torto.
A tentare di mettere i bastoni tra le ruote a von der Leyen, in questo scontro di potere tutto all’interno dell’establishment che non tiene minimamente in considerazione le indicazioni che provengono dagli elettori, secondo quanto ha riferito Politico il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha escogitato il suo ultimo piano per tentare di sabotare la rivale Ursula von der Leyen. Michel sta infatti proponendo ai leader dell’Ue di nominare il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis al posto di von der Leyen, secondo quanto hanno riferito cinque diplomatici e funzionari dell’UE a cui è stato concesso l’anonimato.
L’ondata «populista» è destinata a crescere
Trattasi di giochi di palazzo tra burocrati e politici di secondo (se non terzo) ordine che portano alla disaffezione e gli elettori a disertare le urne. Anche perché, come spiega il filosofo Giorgio Agamben, quando si parla oggi di Europa, «il grande rimosso è innanzitutto la stessa realtà politica e giuridica dell’Unione europea. Che si tratti di una vera e propria rimozione, risulta dal fatto che si evita in tutti i modi di portare alla coscienza una verità tanto imbarazzante quanto evidente. Mi riferisco al fatto che dal punto di vista del diritto costituzionale, l’Europa non esiste: quella che chiamiamo ’Unione europea’ è tecnicamente un patto fra stati, che concerne esclusivamente il diritto internazionale».
Come sottolinea il celebre filosofo, «non sorprende, pertanto, che il cosiddetto parlamento europeo che si tratta di eleggere non sia, in verità, un parlamento, perché esso manca del potere di proporre leggi, che è interamente nelle mani della Commissione europea». Ora l’establishment europeo ha due opzioni, osserva Brussels Signals. «Il primo è aumentare l’isteria sull’estremismo e sull’estrema destra’ ed entrare in una vera e propria modalità di guerra ’in difesa della democrazia’». L’altra strada vedrebbe i partiti dell’establishment scendere a compromessi su politiche chiave come l’immigrazione e la politica estera. A quanto pare, l’establishment ha già scelto la prima strada, ignorando i segnali di malessere e proseguendo sulla strada tracciata come se nulla fosse. Durerà?
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