L’oro digitale dell’intelligenza artificiale: perché le grandi aziende scommettono trilioni senza garanzie

Redazione Money Premium

9 Ottobre 2025 - 07:01

La vera sfida sarà distinguere tra investimenti destinati a creare valore duraturo e spese destinate a dissolversi nel vento della speculazione.

L’oro digitale dell’intelligenza artificiale: perché le grandi aziende scommettono trilioni senza garanzie

Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale è diventata il centro di una straordinaria corsa agli investimenti. I colossi tecnologici che un tempo si distinguevano per modelli di business leggeri e fortemente redditizi hanno ormai imboccato una strada diversa, caratterizzata da spese gigantesche e da una sete insaziabile di capacità computazionale. Amazon, Alphabet, Meta e Microsoft hanno visto la loro spesa complessiva in infrastrutture passare da meno di 100 miliardi di dollari cinque anni fa a quasi 300 miliardi oggi. Una cifra che rende l’idea della portata della trasformazione in atto.

La costruzione di enormi data center, spesso con nomi altisonanti come Stargate o Colossus, rappresenta il simbolo di questa nuova era. Secondo le previsioni più caute, gli Stati Uniti spenderanno almeno 500 miliardi di dollari all’anno in infrastrutture legate all’AI fino alla fine del decennio. Stime più aggressive parlano addirittura di un investimento cumulato che supererà i 5 trilioni entro il 2030.

Il problema è che per giustificare un simile flusso di capitali sarebbero necessari ricavi addizionali nell’ordine di diversi trilioni. Una cifra che, se confrontata con il prodotto interno lordo americano e con i ricavi attuali del settore, appare difficilmente raggiungibile. Alcuni analisti avvertono che la distanza tra le aspettative e la realtà rischia di trasformarsi in una trappola per imprese e investitori.

Le grandi aziende si muovono però spinte da una duplice paura. Da un lato, il timore che l’innovazione possa minare i modelli di business consolidati se non viene adottata rapidamente; dall’altro, la consapevolezza che non investire significhi lasciare spazio ai concorrenti più aggressivi. Questo meccanismo ricorda ciò che accadde alle compagnie telefoniche europee durante la corsa al 3G negli anni Novanta, quando furono pagate cifre astronomiche per le licenze, salvo poi scoprire che i ritorni erano ben inferiori alle attese.

Anche gli investitori si trovano di fronte a un vicolo cieco. Partecipare alla corsa significa esporsi al rischio di un ridimensionamento doloroso, mentre restarne fuori equivale a rischiare performance deludenti rispetto al mercato, dominato dai titoli legati all’intelligenza artificiale. Non sorprende, quindi, che molte gestioni patrimoniali preferiscano seguire il flusso, pur consapevoli della fragilità dell’equilibrio.

I dati reali sull’impatto dell’intelligenza artificiale generativa nelle imprese confermano i dubbi. Uno studio del Massachusetts Institute of Technology ha rivelato che il 95% delle aziende che hanno adottato sistemi di AI non ha ottenuto ritorni misurabili sugli investimenti. L’adozione è diffusa, ma la trasformazione dei processi produttivi è minima. In molti casi, i sistemi vengono utilizzati dai dipendenti per compiti marginali, come la gestione della posta elettronica, mentre per le attività cruciali resta predominante l’intervento umano.

Nonostante ciò, i mercati finanziari sembrano vivere in un mondo parallelo. Le quotazioni delle aziende più esposte all’AI, come Nvidia e Oracle, hanno registrato crescite spettacolari, alimentando ulteriormente l’entusiasmo degli investitori. Il rischio è quello di un circolo vizioso in cui le aspettative di guadagno gonfiano i valori di mercato, mentre le aziende continuano a spendere per non restare indietro.

In definitiva, la corsa all’intelligenza artificiale si configura come un grande paradosso: da un lato rappresenta la promessa di una rivoluzione tecnologica capace di cambiare radicalmente l’economia e la società; dall’altro, rischia di trasformarsi in una gigantesca bolla tecnologica, con conseguenze imprevedibili per mercati, imprese e lavoratori. La storia delle bolle passate insegna che l’euforia collettiva non può sostituire i risultati concreti. La vera sfida sarà distinguere tra investimenti destinati a creare valore duraturo e spese destinate a dissolversi nel vento della speculazione.