Non solo Ucraina. Le ultime settimane sono state caratterizzate dalle gravi tensioni tra Serbia e Kosovo, che hanno visto intervenire gli Stati Uniti - per il momento, solo a livello diplomatico - per chiedere al presidente serbo Aleksandar Vucic di ritirare le truppe ammassate al confine con Pristina. Si rischia un nuovo conflitto nei Balcani, che vedrebbe impegnata la Nato contro Belgrado, storicamente legata alla Federazione russa? Un nuovo fronte della “guerra mondiale a pezzi” di cui parlava Papa Francesco? Ne abbiamo parlato con l’analista geopolitico Emanuel Pietrobon.
Caro Emanuel, in merito alle recenti tensioni tra Kosovo e Serbia hai scritto che quello del presidente serbo Vucic era uno stress test, uno dei tanti dal 2020 a oggi. Che cosa cerca Vucic?
Aleksandar Vucic è il leader di una fu grande potenza che le guerre iugoslave hanno privato di territorio, influenza, risorse naturali e persino dello sbocco sul mare, essendo stato il referendum sull’indipendenza del Montenegro una propaggine della disgregazione della Iugoslavia. Ha contezza del fatto che dal 2006 e dal 2008 non è possibile tornare indietro, perché Montenegro e Kosovo non torneranno sotto la sovranità della Serbia, ma crede che i tempi siano propizi per (provare a) rinegoziare una parte del tragico epilogo delle guerre iugoslave. Gli strumenti per tentare una scalata dei Balcani occidentali non mancano al lungimirante Vucic, che in Montenegro sta capitalizzando l’influenza della rinomata Chiesa ortodossa, istituzione (finora) a prova di secolarizzazione e di scandali, che in Bosnia ed Erzegovina sta intralciando il percorso di avvicinamento a Unione Europea/Alleanza Atlantica soffiando sul fuoco del separatismo serbo e che in Kosovo può contare sull’appoggio dei rancorosi connazionali dei territori settentrionali. Vucic, in estrema sintesi, vorrebbe che la Serbia tornasse a contare nello scacchiere regionale in luogo di permanere in quello stato di decadenza che l’ha avvolta nel dopo-Milosevic. Non avendo una solida base economica a supportarne le ambizioni, sta perseguendo una strategia del massimo risultato col minimo sforzo: esternalizzare a dei proxy la conduzione della propria battaglia.
Si rischia un’escalation nel cuore dell’Europa?
Il rischio di un conflitto è attualmente basso, ma sta crescendo: è sicuramente più elevato di due-tre anni or sono e aumenta col passare dei mesi. Siamo entrati in una spirale da cui sarà difficile uscire, complice l’effetto esercitato dal fattore Ucraina nel Serbia-Kosovo. È una situazione che, per certi versi e con le dovute differenze, ricorda la questione karabakha: un conflitto congelato che coinvolge micro-nazionalismi, forze deterritorializzate come i fondamentalismi religiosi e grandi potenze, sullo sfondo dell’incapacità dei meccanismi multilaterali di assolvere alle loro funzioni. Nel Karabakh, come sappiamo, l’Azerbaigian ha infine optato per una risoluzione manu militari del contenzioso – nuove circostanze e congiunture internazionali favorevoli, del resto, glielo permettevano.
La Serbia seguirà il percorso dell’Azerbaigian?
Sicuramente Vucic ha preso appunti dalla seconda guerra del Karabakh e da ciò che ne è seguito, ovvero la dissoluzione dell’Artsakh, ma le differenze tra i due casi sono notevoli. Il Kosovo non è l’Artsakh né diplomaticamente – il primo è uno stato a riconoscimento limitato, il secondo non era riconosciuto da nessuno – né militarmente – il primo gode dell’appoggio incondizionato di Stati Uniti e Alleanza Atlantica, il secondo disponeva di un esercito armato di ferri vecchi e privo di alleati –, senza contare che la geografia gioca a sfavore di Vucic. Mi spiego meglio, anche se potrei suonare un poco brutale: fare una guerra in Transcaucasia non è come farla in Europa, ossia non verrebbe accolta con la stessa diffidente indifferenza con cui l’opinione pubblica e i nostri politici hanno guardato i combattimenti armeno-azeri. Tra Serbia e Kosovo è in atto un crescendo escalatorio che, in definitiva, potrebbe avere come capolinea una guerra aperta. Dimensioni e durata del conflitto non sono prevedibili, sebbene si possa affermare con certezza che sarebbero determinate tanto da fattori endogeni, cioè i (ri)sentimenti delle due fazioni, quanto da fattori esogeni, ovvero le grandi potenze con interessi nella regione.
Siamo in uno “scontro delle civiltà”, per citare Huntington, con il mondo russo e dunque con la Serbia, storicamente legata a Mosca?
Anche. Il Kosovo, se volessimo adottare le lenti huntingtoniane, andrebbe inquadrato all’interno della grande guerra intercivilizzazionale, attualmente in corso, che separa l’Occidente a guida statunitense e il redivivo Oriente a trazione russa. Per i popoli albanesi, e i loro cugini acquisiti turchi, il Kosovo non può esistere che in funzione dell’albanosfera e con vista sulla turcosfera. Agli Stati Uniti serve un Kosovo indipendente, ma politicamente inglobato nella sfera d’influenza occidentale, nel contesto del loro divide et impera nell’area. Per quanto riguarda la Serbia, desistere significherebbe smettere di esistere come attore storico. Il Kosovo di per sé è irrilevante, eccetto che per alcune riserve di risorse naturali particolarmente abbondanti, ed è la storia a renderlo indispensabile. Il Kosovo è, nell’immaginario collettivo e nella pedagogia nazionale di Belgrado, una sorta di terra santa: il teatro della Battaglia della piana dei Merli, evento teofanico per la formazione identitaria dei serbi, la culla dell’indimenticato Zar Lazar e il terreno su cui è stato eretto uno dei monasteri più importanti dell’ortodossia serba, Visoki Dečani. È possibile vedere la dimensione huntingtoniana e intercivilizzazionale della questione serbo-kosovara nella realtà di tutti i giorni – i gay pride a Tirana e Pristina, i family pride a Belgrado – e nel passato recente – i mujāhidīn a fianco di bosgnacchi e kosovari e i combattenti ortodossi a lato dei serbi durante le guerre iugoslave.
Perché è geopoliticamente e geograficamente importante il Kosovo per la NATO?
Il Kosovo è la linea rossa degli Stati Uniti nei Balcani occidentali. Lo confermano i numeri: i settemila soldati (tra effettivi e riservisti) della Kosovo Force e i 955 acri di Camp Bondsteel, il quartier generale della Kosovo Force, che è una delle più grandi infrastrutture militari all’estero degli Stati Uniti. Geograficamente e geopoliticamente parlando, il Kosovo serve agli Stati Uniti per impedire alla Serbia di ridare vita al defunto impero. Il Kosovo è un baluardo contro eventuali ritorni in scena del panslavismo, l’ideologia con cui Mosca partecipò al grande gioco balcanico di fine Ottocento e inizio Novecento, e serve a dare linfa vitale a quel progetto altrettanto indispensabile per la salute dei Balcani americani che è il Triangolo delle Aquile, ossia l’albanosfera, il cosmo civilizzazionale dei popoli albanesi sorto dalle ceneri della Iugoslavia. Gli Stati Uniti non possono permettersi di fare dietrofront dal Kosovo perché il tempo ha dato ragione al loro sforzo militare e diplomatico: lo state building ha funzionato – il paese ha delle istituzioni funzionanti e la democrazia, anche se lentamente, fa progressi – e il numero elevato di riconoscimenti lo ha emancipato dallo status di provincia ribelle, garantendogli un posto nei seggi della comunità internazionale. Ultimo, ma non meno importante, gli Stati Uniti temono che cedere alle aspirazioni territoriali della Serbia, oggi coincidenti coi territori settentrionali del Kosovo, possa innescare un effetto valanga in lungo e in largo l’ex Iugoslavia, sul cui cadavere si aggirano poltergeist congelati dalla Bosnia serba alla Macedonia albanese, capace di creare un arco di crisi avvolgente l’intera penisola balcanica.
Come potrebbero reagire i Paesi limitrofi in un’eventuale escalation tra Kosovo e Serbia?
In caso di guerra aperta tra Serbia e Kosovo, forze transnazionali, potenze regionali e custodi dei Balcani – Stati Uniti, Russia, Turchia – entrerebbero nel campo di battaglia per perseguire fini contrapposti: chi il raggiungimento della pace, chi il prolungamento dei combattimenti. La Russia sta cercando di capire se la via della diversione sia percorribile e se i pro superino i contro. Se un conflitto tra serbi e kosovari scoppiasse a guerra in Ucraina ancora in corso, i russi otterrebbero di deviare l’attenzione della Nato. Se una guerra tra serbi e kosovari scoppiasse in futuro, a trincea ucraina raffreddata, i russi potrebbero minare i tentativi dei paesi occidentali di rimpinguare i loro arsenali. Quelli di cui sopra scenari che prevedono un epilogo dei combattimenti a favore di Belgrado (e di Mosca), in tempi relativamente brevi e con un bottino accettabile –tutti o alcuni territori settentrionali del Kosovo – , ma non tutte le vittorie riescono alla Sun Tzu, perciò la Russia non ha ancora dato semaforo verde alla Serbia. In primo luogo la Serbia non sarebbe in grado di ricevere munizioni e mercenari dall’estero perché circondata, via terra e via aerea, da paesi Nato. In secondo luogo esiste il rischio, neanche tanto remoto, di un intervento diretto della Nato in un eventuale conflitto tra Belgrado e Pristina. In terzo luogo, per rispondere alla domanda, una guerra abbastanza prolungata tra serbi e kosovari potrebbe dare vita a un super-arco di crisi nei Balcani, sotto forma di tana libera tutti, dalle conseguenze imprevedibili e infauste sia per Mosca sia per Washington. La disgregazione della Iugoslavia non è ancora finita, è un processo in corso, e una riapertura del fronte kosovaro ha il potenziale di coinvolgere per osmosi Bosnia ed Erzegovina e Macedonia del Nord, nonché di attirare sul posto l’Internazionale jihadista, che da qui, in realtà, non se n’è mai andata. È un calderone da guerra mondiale. Un modo per evitare che serbi e kosovari arrivino alle armi esiste ed è lo scambio di territori (e di popolazioni) in cambio del riconoscimento della statualità. Il Kosovo ne uscirebbe ridimensionato, ma senza il problema di dover legiferare su un territorio fuori controllo e con la prospettiva dell’adesione all’Unione Europea.