Investire dove investe lo Stato è stata una strategia vincente. Lo sarà ancora?

Lorenzo Raffo

3 Ottobre 2025 - 15:40

La mano pubblica procede a passi spediti nel diversificare le sue partecipazioni industriali e finanziarie. I numeri dicono che seguirlo è un business anche per i piccoli investitori. Ecco come.

Investire dove investe lo Stato è stata una strategia vincente. Lo sarà ancora?

L’ultimo caso è quello della conquista di Mediobanca da parte di Monte dei Paschi, di cui lo Stato detiene l’11,73%. Poco prima nel tempo si era registrata l’entrata nel capitale di Telecom Italia da parte delle Poste. L’attivismo pubblico nel crescere nel capitale di alcuni importati gruppi industriali e finanziari non si osserva solo nel nostro Paese e rappresenta certamente un motivo per approfondire il tema. Molti piccoli e medi investitori si chiedono infatti se convenga sì o no seguire questo trend, in altre parole diventare micro soci della mano statale nelle sue razzie imprenditoriali.

Quante partecipazioni!

Il sito del ministero dell’Economia e delle Finanze evidenzia in effetti sorprese di cui il cittadino non è a conoscenza. La lista è molto più lunga di quanto spesso si pensi. Le partecipazioni sono davvero tante.

- In società quotate

Banca Mps 11,73%
Enav 53,28%
Enel 23,59%
Eni 2,08%
Eni (attraverso Cdp) 29,75%
Leonardo 30,20%
Poste Italiane 29,26%
Poste Italiane (attraverso Cdp) 35,00%

- In società attraverso altre forme finanziarie

In totale sono sette, di cui le più significative queste:

Cdp 82,77%
FS (Ferrovie dello Stato) 100,00%
Rai 99,56%

- In società non quotate

L’elenco si allunga e copre di fatto moltissimi settori, dai servizi pubblici alle infrastrutture e dall’immobiliare all’informatica. Citare tutti i nomi sarebbe lungo. Segnaliamo solo Autostrade dello Stato, Sogin (Società gestione impianti nucleari), Stm al 50% e Sogei (Società generale di informatica).

Movimenti in vista?

E non è finita qui. Sul fronte di quella che viene definita eufemisticamente l’industria della difesa lo Stato italiano svolgerà un ruolo sempre più importante, dato il peso significativo di Leonardo. Attorno a Nexi e Stm si stanno poi muovendo interessi significativi di partner esteri e il nostro Governo non starà certo a guardare. Sullo stesso fronte bancario l’operazione Mps-Mediobanca potrebbe avere altre mire. Al contrario di quanto avveniva ai tempi dell’Iri e delle ulteriori partecipate di Stato oggi si guarda in maniera strategica ai vari fronti dei risiko industriali-finanziari, almeno fino al giorno in cui tutto questo diventerà oggetto di vendite e di forti plusvalenze, favorevoli magari per ridurre il debito pubblico.

L’aspetto indiretto (ma non tanto)

Passiamo allora ad approfondire la faccia della medaglia di cui spesso non si tiene troppo conto. Lo Stato ha bisogno di flussi di cassa continuativi e utilizza giustamente le controllate per incassare lauti dividendi. Nel 2024, per esempio, la mano pubblica ha ricevuto quasi 3 miliardi di euro in profitti distribuiti dalle partecipazioni statali quotate e già si ipotizza un 2025 e un 2026 ancora più ricchi. Vediamo un po’ di numeri, riferiti a quanto pagato nel corso dell’anno rispetto alla quotazione in corso.

Banca Mps Yield 11,1%
Enav Yield 6,5%
Enel Yield 5,8%
Eni Yield 7,0%
Poste Italiane Yield 5,4%

Tre strategie a rimorchio

Puntare quindi sul settore delle statalizzate può avere molto senso anche per il piccolo e medio investitore in ottica di:

  • rendimento da dividendi, che dovrebbe restare abbastanza stabile nel tempo o addirittura salire in presenza di mercati che correggessero;
  • total return – ovvero plusvalenze da capitalizzazione più dividendi – sebbene alcune di queste azioni siano oggi effettivamente care, attendendo quindi eventuali storni;
  • operazioni straordinarie dovute ad aggregazioni, riacquisti di azioni proprie ecc.

Occorre inoltre considerare che il nocciolo duro della presenza pubblica rappresenta una garanzia di stabilità media delle quotazioni, molto più di quanto non avvenga dove il capitale è ripartito fra tanti investitori, istituzionali o privati. Lo dimostrano i seguenti numeri riferiti alla volatilità annua, ovvero alle fluttuazioni rispetto al loro valore medio in un dato periodo di tempo, dei titoli quotati alla Borsa Italiana.

Banca Mps 37%
Enav 20%
Enel 18%
Eni 20%
Poste Italiane 17%

Se si esclude la situazione di Mps, protagonista di un 2025 molto aggressivo, negli altri casi la variabilità dei corsi risulta inferiore rispetto a quella dell’intero indice italiano. Ed è proprio la presenza dello Stato a determinare questa favorevole situazione.

Anche per i bond

Quadro altrettanto stabile per le obbligazioni quotate a Piazza Affari ed emesse da queste società. La lista sarebbe molto lunga, poiché ci sono tanti titoli destinati ai professionali e con taglio 100.000, ma si riduce invece se ci si limita a quelli destinati al retail e con taglio 1.000.

Cdp Mc Dc29 Eur IT0005568719 5% fino al 4/12/2026 e poi Euribor 3 mesi + 0,9%
Cdp Mc Gn26 Eur IT0005374043 Euribor 3 mesi + 1,94%
Eni Sdg Linked 4,3% Fb28 IT0005521171 Tasso fisso 4,3%

Vincono in valore aggiunto

Vi fidate dei dati statistici? Sappiate allora che – secondo un rapporto annuale di Mediobanca – le aziende in cui lo Stato è azionista hanno generato negli ultimi dieci anni un valore aggiunto cinque volte maggiore rispetto a quello delle aziende totalmente private. Certamente ci sono dei fattori specifici a determinare questa situazione ma la sintesi porta a una conclusione: la mano pubblica può essere una socia affidabile, ridando indietro una parte di quanto magari toglie in termini di tasse e imposte. Chi l’avrebbe pensato?

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