Cos’è l’investimento a bassa volatilità?
Investire a bassa volatilità significa scegliere titoli che oscillano meno del mercato.
Sono le cosiddette azioni difensive, tipicamente farmaceutiche, utility o beni di consumo di base.
Esempi storici:
- 2000, bolla dot-com: il Nasdaq perse quasi l’80%, i portafogli difensivi molto meno.
- 2008, crisi finanziaria: i bancari crollarono, ma le utility tennero.
- 2020, Covid: nella prima fase di panico i titoli difensivi limitarono i danni.
Il problema arriva dopo: nelle fasi di rimbalzo, i portafogli low-volatility faticano a tenere il passo con i titoli ciclici o tecnologici.
Perché gli accademici l’avevano bocciata
Dal 2015 in poi, studi come quelli di Fama e French hanno mostrato che il rendimento extra dei titoli difensivi spariva quando si consideravano fattori come qualità e profittevolezza.
La conclusione era semplice: non è la volatilità a spiegare i rendimenti, ma il fatto che queste aziende siano meglio gestite e meno indebitate.
Per questo il “fattore low-volatility” non è stato inserito nei modelli accademici ufficiali.
La svolta del 2025: entrambe le parti avevano ragione
Una nuova ricerca di Amar Soebhag, Guido Baltussen e Pim van Vliet ha separato la strategia in due gambe:
- Long: acquistare titoli a bassa volatilità.
- Short: vendere quelli ad alta volatilità.
Risultato:
La parte long genera extra-rendimento anche dopo i costi.
La parte short perde valore per spese e difficoltà di implementazione.
Per 50 anni si erano mediati i due effetti, arrivando a conclusioni errate. In realtà, la vera opportunità è solo sul lato long.
Perché i fondi low-volatility hanno deluso?
Anche concentrandosi sulla parte giusta resta un problema: il prezzo.
Gli ETF low-volatility funzionano solo quando i titoli difensivi sono a sconto. Negli ultimi anni, invece, la popolarità della strategia ha gonfiato i prezzi.
Oggi gli ETF low-volatility americani trattano con multipli P/E simili all’S&P 500, segno che non offrono alcuno sconto.
La soluzione: combinare più fattori
Lo stesso team di ricerca ha testato un approccio multi-factor:
- selezionare i titoli a bassa volatilità
- ma solo se anche economici (value)
- e con trend positivo (momentum)
Risultato su oltre 30 anni di dati:
- rendimenti più alti (+2,8% annui)
- rapporto rischio/rendimento migliore
- perdite massime ridotte
In pratica: i titoli difensivi funzionano se sono a buon prezzo e non in fase calante.
A chi conviene davvero la bassa volatilità
- Giovani investitori: non serve, la volatilità è un’opportunità per accumulare.
- Chi è vicino alla pensione o vive di rendita: può aiutare a limitare i crolli e preservare capitale.
- Chi soffre molto le oscillazioni: utile per ridurre errori comportamentali (vendere nel panico)
Cosa fare oggi in pratica
- Non comprare a qualunque prezzo: oggi i difensivi non sono a sconto.
- Guardare a strategie multi-factor: meglio low-volatility + value + momentum.
- Usarli come “satellite”: non come cuore del portafoglio, ma come parte complementare.
- Monitorare i multipli: la strategia torna interessante solo quando i difensivi quotano a sconto rispetto al mercato.
Conclusione
La bassa volatilità non è un’illusione, ma neanche una garanzia.
Il nuovo studio spiega che funziona solo da un lato (long) e solo al giusto prezzo.
Per ora, i titoli difensivi sono cari. La vera scelta saggia è avere pazienza e usare strategie più complete, senza pagare troppo per una sicurezza apparente.