Alta l’aliquota, ma poca l’incidenza rispetto al Pil. È una doppia anima quella dell’Iva, l’imposta sul valore aggiunto che in Italia fornisce un gettito sotto le attese.
Lo segnala uno studio della Corte dei conti, secondo cui quest’imposta ha nel nostro Paese un valore troppo basso in rapporto al prodotto interno lordo, soprattutto se messo a confronto con il peso che ha nelle altre grandi economie dell’Unione Europea.
L’Iva è un’imposta sui consumi applicabile a quasi tutti i beni e servizi. Si tratta di un’imposta prevista in tutti gli stati dell’Ue, anche se ogni Paese membro ha la possibilità di fissare le proprie aliquote. Come noto, l’aliquota ordinaria in Italia è del 22%, mentre su alcuni beni e servizi vengono applicate aliquote ridotte (del 10% e del 5%) e un’aliquota minima (del 4%).
L’imposta Iva è la seconda per dimensione del gettito nel nostro Paese, dietro solo a quella sul reddito delle persone fisiche (Irpef). Eppure in Italia il gettito Iva vale appena il 6% del Pil (dato riferito al 2020). Livelli simili si incontrano in Spagna (6,3%), anche se Germania e Francia arrivano, rispettivamente al 6,5% e al 7%, mentre Svezia e Finlandia entrambe fino al 9,2%. Il gettito Iva in Italia ha quindi un basso peso rispetto al Pil, nonostante l’aliquota ordinaria sia più alta di quella di diversi Paesi europei. Per fare qualche esempio, in Germania è del 19%, in Francia del 20% e a Malta addirittura del 18%.
Non mancano anche situazioni in cui è superiore a quella italiana, come nel caso di Grecia, che ha l’aliquota ordinaria al 24% e della Svezia, al 25%. In quest’ultimo caso l’alta aliquota può spiegare l’elevata incidenza che ha il gettito dell’imposta sul valore aggiunto sul Pil svedese, che come anticipato, supera il 9%.
Lo stesso non può dirsi dell’Austria, che a fronte di un’aliquota ordinaria di appena il 20% (più altre due aliquote ridotte al 13% e 10%), genera un gettito Iva che vale il 7,4% del proprio Pil. Quindi un’inferiore aliquota ordinaria rispetto all’Italia, ma con un maggior peso sul prodotto interno lordo. Discorso simile vale per i Paesi Bassi: Iva al 21% e incidenza sul Pil, anche in questo caso, del 7,4%. Mentre un caso per certi versi più “atipico” di quello italiano è rappresentato dall’Irlanda, che con un’aliquota del 23% genera un gettito Iva equivalente appena al 3,4% del Pil.
In merito al peso che il gettito può avere in rapporto prodotto interno lordo ricordiamo che diverse operazioni sono esenti da Iva, per esempio le prestazioni sanitarie o le attività educative e culturali. Ma a questo bisogna anche aggiungere che, secondo l’ultimo rapporto della Commissione Europea sul VAT Gap, ossia sull’evasione dell’Iva, l’Italia è il primo Paese membro per divario tra incassi attesi e gettito effettivo. Per dirla altrimenti, è lo Stato con i più alti livelli di evasione dell’imposta sul valore aggiunto in Europa.
Per il 2021 è stato quantificato in 14,6 miliardi di euro l’ammontare di Iva “sparita” in Italia proprio a causa. Una cifra che in Ue non ha confronti, dato che al secondo posto per evasione c’è la Francia, ferma a quota 9,5 miliardi. Considerando che per quell’anno il mancato gettito complessivo in Europa è stato di circa 61 miliardi di euro, l’Italia è da ritenersi responsabile di quasi un quarto di tutta l’Iva persa a livello europeo. Una consolazione? Il primato italiano è stabile, ma in calo: nel 2020 il mancato gettito Iva nazionale era stato quantificato in ben 27,3 miliardi.
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