In Spagna l’imposta patrimoniale, introdotta nel 1978, è stata più volte ridotta o sospesa dalle regioni guidate dai conservatori, che hanno cercato di attrarre contribuenti facoltosi offrendo aliquote pari a zero. Madrid, Andalusia e perfino la Galizia, regione natale di Ortega, hanno aperto una competizione al ribasso che rischiava di prosciugare un gettito fondamentale per i servizi pubblici.
Per evitare che l’imposta si svuotasse, nel 2022 il governo Sánchez ha introdotto il contributo di solidarietà sulle grandi fortune. La misura, nata come temporanea dopo la pandemia, è stata prorogata e resterà in vigore almeno fino alla revisione del sistema di finanziamento regionale. Colpisce i patrimoni netti superiori ai 3 milioni di euro, con aliquote progressive fino al 3,5% oltre i 10 milioni. Sono previste franchigie di 700.000 euro e di 300.000 per la prima casa, oltre a un tetto complessivo che impedisce a imposta sul reddito e patrimoniale di superare il 60% del reddito annuale, a tutela di chi possiede molti beni ma pochi liquidi.
Il risultato è stato tangibile: nel primo anno sono stati raccolti 1,88 miliardi di euro, cifra salita a circa 2 miliardi nel 2024, divisa tra governo centrale e regioni. Numeri modesti se confrontati con i 130 miliardi provenienti dalle imposte sul reddito, ma sufficienti a segnare un punto politico. Il tributo di solidarietà non è infatti solo una tassa: è un segnale di equità fiscale, un modo per dimostrare che anche le grandi fortune devono partecipare al finanziamento della collettività.
Nonostante gli allarmi lanciati dai giornali conservatori e dai consulenti fiscali, l’esodo dei miliardari non si è verificato. Al contrario, secondo Forbes, i miliardari spagnoli sono passati da 26 nel 2021 a 34 oggi, con un patrimonio complessivo superiore ai 200 miliardi di dollari. In pratica, il fisco non ha svuotato il Paese, né ha ostacolato la crescita: nel 2023 la Spagna è stata l’economia avanzata più dinamica al mondo, con un PIL in aumento del 3,2%, più del doppio rispetto a Francia e Regno Unito.
Restano però ampie zone grigie. Secondo stime del professor Julio López Laborda, intervistato dal Guardian, circa l’80% degli asset del top 1% non è colpito dal tributo. Una delle falle più significative è l’esenzione per le “imprese familiari”: concepita per proteggere le piccole e medie aziende, è oggi utilizzata anche dai grandi gruppi per ridurre la base imponibile. Abolirla garantirebbe almeno 2 miliardi di entrate in più, ma toccherebbe migliaia di imprese di dimensioni medie, rendendo la riforma politicamente esplosiva. Un altro limite è il tetto del 60% rispetto al reddito, che lascia fuori circa 2,5 miliardi di potenziale gettito.
Le associazioni come Oxfam sottolineano che l’attuale sistema potrebbe raccogliere due o tre volte di più se venissero eliminate esenzioni e agevolazioni. Ma anche così il valore simbolico della tassa è alto. Un elemento cruciale in un Paese dove i tagli alla sanità pubblica hanno alimentato sfiducia e spinto molti a rivolgersi al privato.
Il caso spagnolo è osservato con interesse in tutta Europa. In Francia, un progetto di tassa sui patrimoni superiori a 100 milioni di euro è stato bocciato dal Senato. Nel Regno Unito cresce la pressione interna al Labour affinché si introduca un prelievo sulle fortune superiori ai 10 milioni di sterline. La Spagna, invece, mostra che una patrimoniale non porta necessariamente a una fuga dei ricchi, ma può convivere con crescita economica e attrattività internazionale.
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