Il rischio boomerang delle terre rare. Pechino ha sopravvalutato il suo potere?

Redazione Money Premium

05/01/2026

Mentre la Cina fatica sul salto tecnologico delle batterie avanzate, l’Occidente accelera su processi industriali e filiere meno dipendenti da Pechino.

Il rischio boomerang delle terre rare. Pechino ha sopravvalutato il suo potere?

Per oltre un decennio la Cina ha costruito con pazienza e determinazione una posizione dominante nella filiera dei veicoli elettrici e delle batterie. Attraverso sussidi statali, pianificazione industriale centralizzata e un controllo aggressivo delle materie prime, Pechino è riuscita a imporsi come perno dell’industria globale. Oggi però stanno emergendo crepe sempre più visibili in quello che sembrava un dominio irreversibile.

L’idea che la Cina abbia ormai “bloccato” il futuro tecnologico degli EV si è diffusa rapidamente in Occidente, alimentando un senso di inevitabilità e rassegnazione. Tuttavia questa narrazione ignora una verità fondamentale: il vantaggio su una tecnologia matura non garantisce automaticamente la leadership su quella successiva. Le batterie agli ioni di litio convenzionali, incluse le LFP, sono un campo in cui le aziende cinesi eccellono, ma la prossima generazione di sistemi di accumulo rappresenta un salto qualitativo molto più complesso.

Le difficoltà stanno emergendo con chiarezza proprio all’interno del sistema industriale cinese. Alla recente World Power Battery Conference nel Sichuan, il clima era ben lontano dalle celebrazioni degli anni precedenti. Dirigenti e ricercatori hanno ammesso che le batterie allo stato solido, considerate il fulcro del futuro della mobilità elettrica, sono ancora lontane dalla produzione su larga scala. I problemi riguardano la metallurgia degli elettroliti solidi, la stabilità chimica, i costi industriali e la capacità di passare dal laboratorio alla produzione di massa. Secondo le stime più realistiche, una vera commercializzazione in Cina non avverrà prima della metà degli anni Trenta.

Questo rallentamento apre uno spazio strategico enorme per l’Occidente. Negli Stati Uniti e in Europa il clima è decisamente più fiducioso. Il Battery Show North America di Detroit ha mostrato un settore in piena espansione, con un aumento significativo di aziende, investimenti e progetti industriali. L’industria sembra guardare oltre le oscillazioni politiche e concentrarsi sulla transizione strutturale che porterà al superamento definitivo del motore a combustione.

Una delle innovazioni più promettenti riguarda le batterie al litio arricchite di manganese, sviluppate da grandi gruppi occidentali in collaborazione con partner asiatici non cinesi. Queste soluzioni eliminano il cobalto, riducono drasticamente l’uso di nichel e sfruttano un materiale abbondante e a basso costo come il manganese, mantenendo al tempo stesso autonomie superiori alle 400 miglia. Dopo anni di ricerca, i limiti storici di questa chimica sono stati superati, aprendo la strada a una reale alternativa alle tecnologie oggi dominate dalla Cina.

Anche il Regno Unito sta giocando un ruolo molto più rilevante di quanto comunemente si creda. Startup britanniche stanno rivoluzionando i processi produttivi delle celle, riducendo i costi e i consumi energetici attraverso tecniche difficili da replicare. Parallelamente, aziende specializzate nelle batterie allo stato solido hanno già avviato linee pilota operative, con l’obiettivo di ridurre peso e costo dei pacchi batteria, due fattori chiave per la competitività degli EV.

In Europa e negli Stati Uniti la competizione è intensa e coinvolge grandi gruppi automobilistici, centri di ricerca e aziende tecnologiche. L’obiettivo condiviso è raggiungere densità energetiche tali da dimezzare il peso delle batterie e rendere l’ansia da autonomia un problema del passato. In questo contesto, la filiera occidentale appare molto più diversificata e flessibile rispetto al modello cinese, fortemente concentrato e guidato dallo Stato.

Il vero punto debole della strategia di Pechino è la sovracapacità produttiva. Negli ultimi anni la Cina ha costruito una capacità di produzione di batterie superiore all’intera domanda globale, con piani di espansione che appaiono sempre più scollegati dalla realtà del mercato. Questa dinamica ricorda altri casi storici di overbuilding industriale, in cui il dominio apparente si è trasformato in una crisi di redditività cronica.

A ciò si aggiunge il rischio geopolitico. Il tentativo di usare il controllo delle materie prime e delle tecnologie come leva politica ha spinto Stati Uniti ed Europa ad accelerare la diversificazione delle forniture e a proteggere con maggiore attenzione la proprietà intellettuale. Molte nuove chimiche riducono inoltre la dipendenza dai materiali che Pechino riteneva strategici, indebolendo ulteriormente questa arma.

Il pericolo maggiore per l’Occidente non è quindi tecnologico, ma psicologico. Il vero rischio è cedere al defeatismo e convincersi che la partita sia già persa. La storia economica dimostra che le grandi transizioni tecnologiche sono decise da chi continua a investire, innovare e coordinare le proprie risorse, non da chi difende rendite di posizione.

La battaglia per il futuro dei veicoli elettrici e delle batterie avanzate è ancora aperta. La Cina resta un attore formidabile, ma non ha conquistato il futuro. In questa fase cruciale, l’Occidente ha ancora tutto da giocare, a patto di non farsi paralizzare dal rumore ideologico e dalla paura del confronto.