Il paradosso del rame: prezzi record mentre i forni si spengono uno dopo l’altro
Nel deserto di Atacama una pala meccanica carica roccia che contiene un chilo di rame ogni cento. Quella roccia non parte così: prima va arricchita. Viene frantumata sul posto e fatta galleggiare in vasche di reagenti, finché il rame si stacca dalla pietra e si raccoglie in una polvere scura, intorno al ventotto per cento. È questa polvere - il concentrato - che si imbarca. Spedire la roccia all’uno per cento non lo fa nessuno: si pagherebbe il trasporto della pietra, non del metallo.
Una nave carica di concentrato lascia il porto cileno di Antofagasta e punta a una fonderia cinese. La fonderia comprerà il carico al prezzo del rame contenuto, meno una cifra che trattiene per sé: il compenso per portare quella polvere fino al metallo puro, al novantanove e nove. Per anni quella cifra è stata il margine delle fonderie: comprano la polvere a sconto, vendono il metallo raffinato al prezzo pieno, e quello sconto è il loro guadagno. Nel 2024 valeva ottanta dollari a tonnellata. Nel 2025, ventuno.
A gennaio 2026 la stessa trattativa annuale tra il minatore cileno e la fonderia di Jiangxi si chiude a zero: la fonderia lavorerà il concentrato gratis. Sul mercato dei singoli carichi, dove il prezzo si rifà a ogni nave invece che una volta l’anno, era già andata peggio, e da mesi: meno quaranta, meno sessanta dollari a tonnellata. Sotto lo zero la tariffa si rovescia. Non è più il minatore che paga la fonderia per trasformargli la polvere in metallo; è la fonderia che paga il minatore per avere il carico da lavorare. [...]
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