Il rame che vedi sul terminale potrebbe non esistere tra due anni. Ecco perché

Guido Giaume

6 Luglio 2026 - 08:55

Il paradosso del rame: prezzi record mentre i forni si spengono uno dopo l’altro

Il rame che vedi sul terminale potrebbe non esistere tra due anni. Ecco perché

Nel deserto di Atacama una pala meccanica carica roccia che contiene un chilo di rame ogni cento. Quella roccia non parte così: prima va arricchita. Viene frantumata sul posto e fatta galleggiare in vasche di reagenti, finché il rame si stacca dalla pietra e si raccoglie in una polvere scura, intorno al ventotto per cento. È questa polvere - il concentrato - che si imbarca. Spedire la roccia all’uno per cento non lo fa nessuno: si pagherebbe il trasporto della pietra, non del metallo.

Una nave carica di concentrato lascia il porto cileno di Antofagasta e punta a una fonderia cinese. La fonderia comprerà il carico al prezzo del rame contenuto, meno una cifra che trattiene per sé: il compenso per portare quella polvere fino al metallo puro, al novantanove e nove. Per anni quella cifra è stata il margine delle fonderie: comprano la polvere a sconto, vendono il metallo raffinato al prezzo pieno, e quello sconto è il loro guadagno. Nel 2024 valeva ottanta dollari a tonnellata. Nel 2025, ventuno.

A gennaio 2026 la stessa trattativa annuale tra il minatore cileno e la fonderia di Jiangxi si chiude a zero: la fonderia lavorerà il concentrato gratis. Sul mercato dei singoli carichi, dove il prezzo si rifà a ogni nave invece che una volta l’anno, era già andata peggio, e da mesi: meno quaranta, meno sessanta dollari a tonnellata. Sotto lo zero la tariffa si rovescia. Non è più il minatore che paga la fonderia per trasformargli la polvere in metallo; è la fonderia che paga il minatore per avere il carico da lavorare.

I forni non si spengono, anche se sul rame ormai non guadagnano nulla. Continuano a fondere concentrato che li mette in perdita sul metallo, ma restano accesi. Quello che li tiene aperti non è più il rame. È ciò che si stacca dal concentrato mentre brucia: l’oro e l’argento intrappolati nella pietra, e lo zolfo.
Lo zolfo, catturato per legge prima che esca dal camino, diventa acido solforico. L’acido si vende a chi produce fertilizzanti e a chi lavora il nichel per le batterie. È merce che non viaggia lontano: corrode, è cara da spedire, si compra vicino a dove si fa. Il suo prezzo è salito quest’anno non per qualcosa accaduto al rame, ma per una guerra: navi dirottate intorno al Golfo, forniture dal Medio Oriente diventate incerte, acido più caro per chi lo deve comprare. Un forno nello Shandong resta in attivo grazie a uno stretto chiuso a duemila chilometri di distanza.

A novembre le maggiori fonderie cinesi avevano promesso di tagliare del dieci per cento il rame raffinato che producono, per smettere di contendersi il concentrato e far risalire la tariffa. Tra gennaio e aprile la loro produzione di raffinato è invece cresciuta del sette per cento. Nessuna fonderia vuole rallentare per prima: chi lo fa lascia agli altri il concentrato e i sottoprodotti.
Chi possiede la miniera da cui esce il concentrato non deve comprarlo da nessuno: se lo dà da sé, al costo di scavarlo. Per lui il rame caro è un guadagno sul minerale, non un conto più salato. Chi invece il concentrato lo compra sul mercato, e per giunta paga cara l’energia, vive dei soli sottoprodotti — e da soli non bastano.
Glencore ha incassato un assegno pubblico per tenere acceso ancora tre anni il forno di Mount Isa, in Australia. La giapponese JX, che il concentrato lo compra e a tariffa zero non ci copriva più i costi, ha tagliato la produzione di decine di migliaia di tonnellate. Un forno che chiude non si riaccende: l’impianto si raffredda e si smantella.

Intanto, sul London Metal Exchange, il rame raffinato tratta vicino ai massimi, sopra gli undicimila dollari a tonnellata. Sul terminale di un operatore quel numero sale. Lui lo guarda e compra, convinto di comprare il rame.
Quel numero è il prezzo del rame già raffinato, ed è alto perché il raffinato è poco. È poco perché i forni che lo fanno chiudono o rallentano, uno dopo l’altro. Non lo scelgono: a tariffa zero, e comprando il concentrato al prezzo che intanto sale, lavorarlo costa più di quanto rende. Il numero che sale sul terminale e il forno che si raffredda non sono due notizie diverse: sono la stessa, guardata da due lati.

La roccia che le miniere tireranno fuori tra due anni sarà più o meno quella di oggi. Il metallo pronto all’uso, invece, dipenderà da quali dei forni accesi adesso saranno ancora accesi.
Sul terminale c’è un numero solo, e sale. Dice quanto costa oggi il rame raffinato. Non dice chi, il giorno in cui quel numero conterà davvero, avrà ancora un forno per produrlo. Chi è posizionato «sul rame» — su quale dei due fatti ha messo i soldi?

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