Con Trump alla presidenza degli Stati Uniti il mondo ha osservato un cambio di paradigma economico e geopolitico.
La sua agenda, spesso bollata come becera, populista e protezionista, è in realtà un articolato progetto volto a tramandare il potere alla sua élite. Oggi vedremo come questo progetto passi anche tramite la ristrutturazione del deficit commerciale e del debito pubblico, tramite la leva dei dazi.
Trump ha rilanciato l’uso dei dazi in modo aggressivo, applicandoli indiscriminatamente e provocatoriamente, calcolandoli sulla base degli squilibri commerciali bilaterali. Questo approccio ha molte funzioni.
Una interna, di mobilitazione della base: ed è la narrazione secondo cui il debito pubblico americano è il risultato dell’arricchimento altrui ottenuto a spese degli Stati Uniti, abusando della bontà del popolo USA e dell’incompetenza delle altre amministrazioni.
Una esterna, ovvero di portare con urgenza ad un tavolo negoziale le controparti estere.
In questa visione il disavanzo commerciale non è un semplice squilibrio macroeconomico, ma un danno subito dagli USA che ora va risarcito.
La trattativa proposta non si limiterà quindi ad un percorso di riequilibrio della bilancia commerciale che possa portare ad una rimodulazione dei dazi, ma verterà su come riparare il danno subito nei decenni.
Non è quindi un solo argomento ma dovrà includere anche elementi strategici come la copertura delle spese militari americane per i contingenti presenti all’estero. E questo potrebbe transitare attraverso la creazione di finanziatori stabili e passivi del debito pubblico americano.
Sono pronto a scommettere quindi che in cambio di tariffe non punitive e del mantenimento della protezione strategica statunitense, i partner commerciali si dovranno impegnare ad acquistare titoli del Tesoro USA a lunghissima scadenza – i cosiddetti Century Bonds – con vincoli di non negoziabilità, in modo da sterilizzarne l’impatto sulla politica monetaria interna.
Si tratta, di fatto, di una forma moderna di “riparazione del danno”, in cui le controparti vengono obbligate a sostenere nel tempo il debito statunitense senza poter alterare i mercati finanziari globali attraverso la vendita massiccia di quei titoli.
Una volta collocati questi titoli, Trump nel tempo, ma non in tanto tempo, potrebbe lasciare - come da programma - che il dollaro si svaluti in modo strutturale.
Un dollaro più debole ridurrebbe il valore reale del debito americano, trasferendo il costo della sua riduzione al resto del mondo. Inoltre, una valuta più competitiva contribuirebbe a riequilibrare la bilancia commerciale USA, favorendo le esportazioni e scoraggiando le importazioni.
Questa strategia peraltro riecheggia le svalutazioni competitive adottate dall’Italia negli anni ’70 e ’80. Emetteva debito, questo era acquistato da investitori esteri e poi svalutava la lira.
All’epoca Roma giustificava la svalutazione come non procrastinabile in quanto l’Italia aveva un ruolo chiave sul fianco sud della NATO.
Il piano trumpiano si presenta come una trappola “razionalmente conveniente” per tutti gli attori politici coinvolti. Per gli Stati Uniti, è una via d’uscita elegante e muscolare dal circolo vizioso del debito.
Le controparti politiche sono di fronte ad un (facile) dilemma tra accettare un accordo che comporta costi in un futuro lontano nel tempo – spesso dopo il termine del mandato politico degli attuali leader – oppure resistere e subire dazi, isolamento e pressioni militari e mediatiche.
Trump offre dunque una soluzione che appare svantaggiosa non alla controparte politica presente ma all’elettorato e solo nel lungo periodo, ovvero quando l’onere politico sarà passato ad altri.
Nel breve, invece, consente ai partner internazionali di mantenere relazioni stabili con la superpotenza americana ed essere coprotagonisti nell’aver evitato una pericolosa crisi sistemica.
Questa strategia si inserisce nel più ampio progetto MAGA, che mira a trasformare il capitalismo americano in una forma di capitalismo “diretto”, padronale, meno liberista.
Trump non cerca solo di regolare i mercati, ma di piegarli a un interesse nazionale definito in modo centralizzato, proprio come fa la Cina ed in un certo modo come è accaduto in molti periodi in Italia.
Il rischio per non dire la certezza è che, nel medio periodo, tale controllo che deve necessariamente transitare attraverso il controllo dei tassi di interesse di breve ma anche di lungo periodo generi inefficienze, distorsioni del mercato e instabilità finanziaria.
Trump ha fretta perché non può permettersi - per adesso – che le importanti turbolenze economiche generate dalla sua azione si estendano nel tempo fino a lambire il periodo della campagna elettorale di medio termine.
Quindi le pressioni per rinegoziare gli equilibri attuali e scaricare il debito sul resto del mondo devono essere molto forti. Per incartare Trump potrebbe essere sufficiente reagire lentamente alle proposte fatte. Ma le controparti politiche sono incalzate dall’opposizione interna e dall’emergenza finanziaria. Chi avrà la freddezza di resistere, di dire “vedo” al bluff di Trump? Finora il solo che ha avuto la forza di “vedere” è stato Putin, ma stiamo parlando di un’altra partita, anche se è collegata.