Bisogna essere sinceri, brutali: dall’euro non si esce.
Qualsiasi Paese cercasse di farlo, per uscire dalla morsa del cambio fisso e tornare competitivo con una moneta nazionale svalutata, metterebbe in moto un processo dissolutivo irrefrenabile che farebbe implodere la moneta unica europea: è un pericolo esistenziale che va evitato a qualsiasi costo.
Prendendo come riferimento l’esperienza fatta con la Grecia, il nuovo Trattato sul MES perfeziona così, a questo scopo, il meccanismo che ha istituito nell’Eurozona un vero e proprio curatore fallimentare degli Stati in difficoltà. Il suo compito è quello di metterli sotto tutela quando sono sotto attacco speculativo per il loro debito, per procedere al default in modo ordinato.
L’aiuto che viene erogato, ma solo successivamente, serve soltanto a tenere sotto controllo la situazione politica e sociale, per evitare che le proteste dilaghino, che l’ira popolare tracimi fino alla sollevazione, abbandonando l’euro che è stato salvato dall’implosione: l’esperienza della Grecia diviene così paradigma e monito.
Andiamo al sodo, alla questione del salvataggio degli Stati, perché quella del backstop previsto in caso di crisi bancarie, facendo intervenire il MES come “prestatore di ultima istanza a condizioni di neutralità fiscale nel medio termine” è una fanfaluca: la crisi americana del 2008 ha richiesto fondi colossali agli Stati per salvataggi bancari in Europa, i tanto vituperati bail-out che ora sono stati vietati facendo pagare gli azionisti, gli obbligazionisti ed i depositanti per importi superiori al 100 mila euro, visto che nel 2012 le garanzie fornite dagli Stati aderenti all’Eurozona alle rispettive banche in difficoltà sono ammontate a 598 miliardi di euro, di cui ben 294 miliardi per la sola Germania. Nella Ue a 28, quando c’era ancora la Gran Bretagna, le garanzie erano arrivate a 781 miliardi di euro, di cui 176 miliardi solo per la stessa Gran Bretagna.
Sono somme lontane anni luce dalle disponibilità e dalle potenzialità del MES: è inverosimile immaginare che il MES possa salvare da una crisi che minacci la stabilità dell’euro il sistema bancario di un Paese come la Germania nel caso di attivazione delle procedure di risoluzione bancaria tramite il bail-in e di insufficienza del sussidio cooperativo nazionale. La verità è che aver deciso il divieto dei salvataggi delle banche da parte degli Stati, il bail-out, è stato un azzardo pazzesco, e che ora non si sa come rimediare: si mette di mezzo il MES, tanto per metterci una pezza sopra, perché fare una marcia indietro sul divieto di bail-out non è politicamente praticabile. Lo sanno tutti che, se si dovesse ripetere una crisi paragonabile a quella del 2008, saranno nuovamente gli Stati ad intervenire direttamente.
Ma veniamo al presunto salvataggio degli Stati in difficoltà.
Bisogna leggersela, almeno una volta, questa riforma del Trattato istitutivo del MES che l’Italia tiene bloccata da mesi, impedendo che entri in vigore perché è l’unico Paese tra quelli che hanno aderito all’euro a non averlo ancora ratificato: perché solo leggendola ci si rende conto che innanzitutto è del tutto fuorviante la definizione di “Fondo Salvastati”, visto che la sua vera funzione diviene quella di agevolare il default controllato del debito pubblico di uno Stato in difficoltà perché non è in grado di rispettare le scadenze relative al pagamento degli interessi o quelle dei rimborsi, e non è in grado di rifinanziarlo a condizioni accettabili.
Solo una Banca centrale potrebbe sostenere gli Stati in difficoltà, sottoscrivendo direttamente i titoli sul mercato primario e comprandoli sul secondario per evitare che si deprezzino eccessivamente: ma la BCE ha il divieto di favorire in qualsiasi modo gli Stati. Il programma di emergenza OMT, che prevede queste possibilità, è stato varato solo per evitare che l’euro implodesse, sotto le pressioni speculative del 2011: ma si attiva solo se gli Stati si mettono sotto la protezione dell’Unione europea. E’ stato un meccanismo dissuasivo, mai utilizzato: ora si procede, al contrario, con il default controllato ed il commissariamento dello Stato in difficoltà da parte del MES.
Basta vedere l’architettura degli aiuti previsti dal nuovo Trattato: c’è innanzitutto il prestito precauzionale, che può essere concesso ad uno Stato solo a condizione che rispetti senza eccezione alcuna tutti i “parametri europei”.
Non solo non deve avere una procedura di infrazione in corso per deficit p debito eccessivo, ma anche nei due anni precedenti alla richiesta di aiuto deve aver rispettato la regola del 3% per il deficit, o quella più severa eventualmente prevista, e non deve avere un rapporto debito/pil superiore al 60%. Se il rapporto è superiore al 60%, nei due anni precedenti deve aver ridotto l’eccedenza al ritmo di 1/20 l’anno: praticamente, sono le condizioni previste dal Fiscal Compact, il Trattato sulla Stabilità e Crescita che è stato ormai sostituito da una nuova regolamentazione attuativa delle prescrizioni del Trattato Europeo che risale a Maastricht. Insomma, la riforma del MES è già vecchia, superata.
Non solo: tra le condizioni previste c’è “l’assenza di squilibri eccessivi”, quindi lo Stato non presentare nessun parametro macroeconomico o macrofinanziario che venga considerato tale dalla Commissione europea, considerando 14 indicatori principali e 25 ausiliari. Nel 2022, praticamente solo Malta era in grado di soddisfare questo requisito, seguita dalla Polonia che aveva un solo parametro eccessivo. Tutti gli altri andavano assai peggio: l’Ungheria oltrepassava il valore di soglia per ben 5 indicatori su 14 (nel 2021 erano 6), al pari di Cipro e Spagna. L’Italia che tra il 2016 e il 2020 aveva fatto registrare 2 squilibri, dal 2021 passa a tre: il debito pubblico in rapporto al Pil; la variazione triennale del tasso di occupazione della popolazione in età attiva 15-64 anni; la quota di mercato delle esportazioni di beni e servizi, che negli ultimi cinque anni si è ridotta di oltre l’8%.
Questi dati chiariscono una volta per tutte che la ipotesi di concedere un prestito precauzionale è assolutamente inverosimile.
C’è il secondo strumento, la “linea di credito soggetta a condizioni rafforzate”, che può essere concessa agli Stati che non possono ricevere il prestito precauzionale. Ma c’è una condizione capestro: è erogabile solo agli Stati che “presentano una situazione economica e finanziaria generale comunque solida e un debito pubblico sostenibile”. E’ un requisito ridicolo, prima che paradossale, visto che un Paese che ha questi requisiti non avrebbe nessun motivo per chiedere questo tipo di aiuto, che è soggetto alla sottoscrizione di un protocollo di intesa: l’articolo 13, comma 3, del nuovo Trattato prevede che “la Commissione europea di concerto con la BCE di negoziare con il membro del MES interessato, insieme e ove possibile anche con il FMI, un protocollo d’intesa che precisi le condizioni cui è associato il dispositivo di assistenza finanziaria. Il contenuto del protocollo d’intesa rispecchia la gravità delle carenze da colmare e lo strumento di assistenza finanziaria scelto”.
E’ la Troika che pone le condizioni capestro, ivi compreso il default controllato, come è previsto nel Considerando 12: “In casi eccezionali, una forma adeguata e proporzionata di partecipazione del settore privato, in linea con la prassi del FMI, è presa in considerazione nei casi in cui il sostegno alla stabilità sia fornito in base a condizioni che assumono la forma di un programma di aggiustamento macroeconomico”.
In pratica, si tratta di rinegoziare il debito con gli investitori, riducendo i tassi di interesse convenuti ed il valore del capitale da rimborsare: è esattamente quello che è stato richiesto preliminarmente alla Grecia, creando condizioni speculative pazzesche, visto che i piccoli risparmiatori, terrorizzati di perdere tutto, vendevano i loro titoli al 20% o al 30% del valore facciale ai fondi speculativi che ci hanno guadagnato enormemente, visto che nell’accordo col Governo il nuovo valore è stato del 70/75%.
E non è per un caso che nel nuovo Trattato si inseriscano le norme che consentono di agevolare la trattativa per la ristrutturazione dei debiti pubblici modificando le CACs a partire dal 1° gennaio 2013, introducendo le clausole di azione collettiva con votazione a maggioranza singola («CAC a maggioranza singola»).
Solo dopo aver ristrutturato il debito pubblico sotto la supervisione del MES, avendolo convenientemente ridotto “facendo partecipare i privati”, il Paese torna “affidabile”: così facendo, chi ha speculato contro gli Stati si porta a casa un ricco bottino.
Il nuovo Trattato sul MES perfeziona il meccanismo di strangolamento subìto dalla Grecia: niente di più, niente di meno.