L’eclissi dell’Europa e la farsa geopolitica della «difesa dei valori» passano oggi per una narrazione mainstream che insiste nel dipingere l’aggressione all’Iran come una mossa scacchistica necessaria per strangolare Pechino.
Secondo questa favola per sognatori, la destabilizzazione del Golfo Persico servirebbe a recidere i flussi di idrocarburi verso l’Asia, portando persino benefici alle partite IVA italiane finalmente liberate dalla concorrenza cinese. Si tratta di un’allucinazione editoriale che ignora la realtà dei fatti: mentre noi giochiamo a fare i guardiani del diritto internazionale a giorni alterni, stiamo sistematicamente mettendo in scena il suicidio economico del Vecchio Continente per compiacere interessi che non ci appartengono.
L’assunto secondo cui il blocco dello Stretto di Hormuz metterebbe in ginocchio la Cina è un anacronismo che rasenta il ridicolo. Certamente Pechino osserva con fastidio, ma la sua resilienza energetica è stata blindata proprio dalla cecità europea. Mentre noi rinunciavamo alle pipeline siberiane con la fierezza del naufrago che buca la propria scialuppa, la Cina si assicurava le eccedenze di gas e petrolio russo a prezzi di saldo. Per Pechino, la pressione americana sulle rotte marittime è poco più di un prurito logistico; per l’Europa, privata di alternative terrestri e trascinata in guerre altrui, è una sentenza di morte industriale eseguita con il sorriso d’ordinanza della burocrazia bruxellese.
Anche la retorica sulla «concorrenza sleale» sembra scritta da chi non mette piede in una fabbrica da trent’anni. La Cina non è più il laboratorio del basso costo: oggi i salari industriali cinesi sono tra i più alti dell’Asia e la loro produzione domina l’alto valore aggiunto, dalla meccanica di precisione alle tecnologie di frontiera. Pechino sta scalzando l’Europa nel suo terreno d’elezione, alimentata da energia competitiva russa e iraniana, mentre noi delocalizziamo per disperazione ed erodiamo il potere d’acquisto dei nostri lavoratori. L’Europa è diventata un mercato di consumo impoverito che, nel tentativo velleitario di sanzionare il mondo intero, finisce per sanzionare esclusivamente se stessa.
In questo teatro dell’assurdo, la transizione ecologica di Lady Ursula assume contorni sinistri. Abbiamo accelerato un’elettrificazione forzata proprio mentre distruggevamo i ponti con i nostri fornitori storici, finendo in una duplice trappola: dipendiamo dal GNL americano venduto a prezzi di usura e siamo sottomessi alla tecnologia cinese che detiene il monopolio globale delle batterie e del fotovoltaico. È il capolavoro della «garrota verde»: ci viene spiegato che l’energia migliore è quella che non si usa, mentre il nostro tessuto industriale viene smantellato pezzo dopo pezzo sotto lo sguardo compiaciuto di Washington e quello pragmatico di Pechino.
Per uscire da questo nodo scorsoio che ci siamo confezionati da soli, la soluzione non può essere l’ennesimo ringraziamento strozzato verso chi ci vende energia a prezzi esorbitanti dopo averci tolto il tappeto da sotto i piedi. L’unica proposta concreta per salvare l’Europa è lo sganciamento immediato dall’automatismo sanzionatorio e il ritorno a una Realpolitik energetica eurasiatica.
L’Europa deve reclamare il proprio ruolo di mediatore neutrale, riaprendo i canali con l’Iran e ripristinando, ove possibile, le infrastrutture energetiche con l’Est. Dobbiamo smettere di essere la fanteria economica di una guerra egemonica non nostra e trasformarci in un blocco autonomo che commercia con tutti senza pregiudizi ideologici suicidi.
Solo riacquistando sovranità energetica e rifiutando di «insaponare il cappio» del Green Deal in assenza di una filiera interna, potremo evitare che l’ultimo calcio alla sedia trasformi l’Orgoglio Europeo nel necrologio di una civiltà.