Quali sono le reali condizioni in cui versa il mercato del lavoro italiano, al di là delle dichiarazioni trionfalistiche che arrivano puntualmente dal governo Meloni?
Mercato del lavoro in ottima forma in Italia: così pare, in base alle lodi tessute più volte dal governo Meloni.
Di fatto, i numeri dell’Istat relativi al 2025 hanno certificato il miglioramento in atto. Peccato che alcuni nodi permangano.
In primis, quello dell’inattività, che rimane tra i più alti in Europa, creando un esercito fin troppo numeroso di NEET, ovvero di giovani che non lavorano, né studiano: un fenomeno che, intervistato da Money.it, l’economista e professore della Bocconi Carlo Alberto Carnevale-Maffè ha detto di reputare inaccettabile.
Mercato lavoro Italia, i numeri Istat su tasso occupazione e disoccupazione. L’alert sui tassi di inattività
Veniamo prima di tutto al messaggio dei numeri, pubblicati dall’Istat.
In media, nel 2025, l’Italia ha visto crescere il numero degli occupati di 185.000 unità (+0,8% su base annua). A scendere, altra buona notizia, sono stati sia i disoccupati (-88.000, -5,3%) sia gli inattivi di 15-64 anni (-58.000, -0,5%).
Risultato: il tasso di occupazione 15-64 anni è salito al 62,5%, mentre i tassi di disoccupazione e di inattività 15-64 anni sono scesi rispettivamente al 6,1% e al 33,3%).
Nella “nota sull’andamento dell’economia italiana - Gennaio-Febbraio 2026”, l’Istat ha messo però in evidenza non solo la crescita dell’occupazione, ma anche la persistenza di una piaga che caratterizza il mercato del lavoro dell’Italia, a dispetto dei più di 24 milioni di persone occupate, secondo i dati del 2025: i tassi di inattività, per l’appunto, che sono “ strutturalmente superiori alla media europea, con un divario di genere più elevato rispetto ai principali paesi dell’UE27”.
Occhio inoltre ai numeri di febbraio 2026 diffusi all’inizio di aprile, che hanno indicato un tasso di occupazione in flessione su base mensile al 62,4% e un aumento del tasso di disoccupazione al 5,3%.
Carnevale-Maffè: “livelli NEET in Italia ancora a livelli assolutamente inaccettabili”
Le cose, dunque, non vanno poi alla fine così bene. E a parlare dello scollamento tra la fiducia mostrata dal governo Meloni e la realtà dei fatti è stato, interpellato da Money.it, Carlo Alberto Carnevale-Maffè, Associate Professor of Practice di Strategy and Entrepreneurship presso l’SDA Bocconi School of Management.
L’economista ha illustrato e spiegato cosa non va nel mercato dell’Italia, facendo riferimento ai NEET e a tutti gli ostacoli contro cui si scontrano ogni giorno soprattutto i giovani, così come le donne:
“Abbiamo una situazione un po’ a tenaglia a sfavore dell’ingresso dei giovani, a causa di una cultura industriale e manifatturiera, così come anche dei servizi, che non è in grado di produrre meccanismi di knowledge management, ovvero di trasferimento della conoscenza tramite meccanismi organizzati. Siamo, insomma, in presenza di un mercato del lavoro costituito da aziende e organizzazioni che tengono gli anziani e faticano a innestare i giovani. Ricordo che il tasso di partecipazione dei giovani al lavoro è, in Italia, ancora tra i più bassi d’Europa”.
Per l’appunto,“ noi abbiamo ancora i NEET; che sono diminuiti, per carità, ma che sono ancora a livelli assolutamente inaccettabili. Questo è vero anche per il lavoro femminile, con un gap rispetto al resto dell’Europa del 10-15%% ”.
La verità è che “c’è ancora tantissima strada da fare ”.
Ma la colpa, sia chiaro, non è del governo Meloni: “Il dato è strutturale, non voglio dare la colpa al governo ”, ha precisato l’economista, spiegando che i dati negativi che caratterizzano il mercato del lavoro dell’Italia dipendono “dalle caratteristiche organizzative dell’economia italiana, dalla presenza di aziende frammentate, così come anche dalle iperspecializzazioni produttive ”.
Aumento occupati? Sì, soprattutto di età 55-65 anni
Ma allora, l’aumento degli occupati inciso nei numeri dell’Istat?, almeno fino al 2025? Carnevale-Maffè non lo mette sicuramente in dubbio, rimarcando tuttavia, a conferma della piaga dei NEET, che il mercato del lavoro italiano è caratterizzato dalla presenza di occupati di un’età che, di nuovo, fa sorgere il dubbio che, nel Paese, non ci sia grande spazio per i giovani.
Non è un Paese per giovani, si potrebbe dire.
I numeri diffusi dall’Istat inviano d’altronde un messaggio molto chiaro: a lavorare è soprattutto un “capitale umano”, spiega il professore della Bocconi, composto da persone che “rimangono a lavorare più a lungo”, e che compongono un esercito di lavoratori, piuttosto cospicuo, se non prevalente, di chi ha “ una età superiore ai 55-65 anni ”.
I soliti noti, si potrebbe dire, in un mercato che, lasciando indietro donne e giovani, presenta evidentemente diverse vulnerabilità.
Sono le persone di età più matura, di fatto, “ il vero contributo all’aumento dell’occupazione, semplicemente perché rimangono più a lungo nelle aziende, un po’ per questioni pensionistiche, un po’ perché c’è una ragione, riassunta nella espressione Labour hoarding, che si sostanzia nella tutela, da parte delle imprese, delle competenze basate sull’esperienza ”.
Un fenomeno non necessariamente negativo, in quanto la presenza di personale caratterizzato da una età piuttosto avanzata “fa sì che non si disperdano competenze particolari ”.
Il rovescio della medaglia, tuttavia, c’è, in quanto il permanere di questa dinamica “è il segnale di una difficoltà a fare il passaggio generazionale con i giovani”.
Il grande danno sofferto dai giovani: gli skills limitati e le lacune nel meccanismo di formazione
Ma perché esiste una tale barriera all’ingresso del mercato del lavoro, per i giovani?
Carnevale-Maffè dà due risposte, che confermano come le sfide che l’Italia deve fronteggiare per stare al passo con i tempi siano ancora significative.
Intanto, “ gli skills rimangono limitati, a causa di un sistema formativo insufficiente”.
Inoltre, il “meccanismo di formazione permanente delle aziende non è sufficientemente rapido ad adeguarsi ai fabbisogni del mercato del lavoro”.
Tra le prove del nove più lampanti, la classifica Skill Readiness Index, da cui emerge che “l’Italia è praticamente ultima tra i Paesi occidentali, e ultima in Europa ”.
Lo ha fatto notare lo stesso economista, in un post pubblicato su X:
Indovinate qual è il penultimo Paese dello Skill Readiness Index? https://t.co/rajRwlsg7J
— C.A. Carnevale-Maffè (@carloalberto) January 14, 2026
“Il tessuto economico molto frammentato ostacola la riproduzione del capitale e delle conoscenze”
La tabella rivela una lacuna significativa, che pesa come un macigno sulle condizioni del mercato del lavoro, in quanto “ il capitale umano va misurato sugli skills (dunque sulle competenze), e non più soltanto sulle ore di lavoro effettuate ”, sottolinea Carnevale-Maffè.
Allo stesso tempo, “i dati economici dimostrano che non riusciamo a estrarre più valore dal tempo del lavoro e il governatore (di Bankitalia) Panetta lo ha detto chiaramente: è un dato noto”.
I giovani, così come le donne, finiscono così per pagare l’assenza di mezzi efficienti di trasferimento degli skills: “poiché le competenze specifiche sono poco formalizzate, poco strutturate, poco digitalizzate, riuscire a trasferirle è più difficile”.
Il peccato originale è “ un tessuto economico, industriale e dei servizi molto frammentato, che non è riuscito a garantire la riproduzione del capitale e delle conoscenze”.
E così, “si fa fatica a trasmettere gli skills, il knowledge, il know-how, alle nuove generazioni” e il risultato finale è che “ le imprese si tengono i Matusa e faticano a introdurre i giovani”.
D’altronde, continua l’economista, “ l’Italia è il regno dei 1000 lavori di nicchia e il lavoro di nicchia si fa fatica a trasferirlo, si fa fatica a industrializzarlo”.
Di conseguenza, l’economia italiana non riesce “a fare i passaggi generazionali” di cui necessita.
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Oggi, con l’intelligenza artificiale (AI) che fa passi da gigante, appropriandosi di quei lavori in precedenza svolti dall’essere umano, i problemi strutturali del mercato del lavoro dell’Italia si stanno facendo più evidenti e più drammatici.
L’economista cita a tal proposito quanto sta accadendo negli Stati Uniti, dove l’intelligenza artificiale sta già spiazzando i giovani, sostituendo “le parti di lavoro più standardizzate, l’analisi dei dati, la sintesi, i documenti, il recupero di informazioni”.
La realtà ci restituisce tra l’altro un’Italia incastrata in un meccanismo già da tempo non più efficiente nel bel mezzo della fase di metamorfosi epocale che il mercato del lavoro mondiale, sulla scia del boom dell’AI, sta attraversando. Una fase talmente epocale che, nell’ultimo CES di Las Vegas, McKinsey ha annunciato di avere assunto 25.000 nuovi collaboratori, di cui nessuno è un essere umano: “Su 40.000 dipendenti abbiamo nuovi dipendenti che sono agents, ovvero agenti software. Il che vuol dire che, invece di assumere 25.000 giovani, sono stati assunti 25.000 pezzi di software ”, sottolinea Carnevale-Maffè.
La piaga degli stipendi miseri, Carnevale-Maffè: depapeuramento in corso dello stock di capitale umano
Non manca un’altra spina conficcata nel fianco dell’Italia, già indicata dal governatore di Bankitalia, Fabio Panetta: il fatto che, in Italia, i salari orari siano fermi in termini reali dal 2000, rispetto al +21% in Germania e +14% in Francia.
La questione spinosa dei salari è evidente “soprattutto nello stipendio dei giovani ”: altro fattore che fa da deterrente alla loro partecipazione alla forza lavoro.
“E anche questo l’ha detto chiaramente Panetta. I migliori se ne vanno all’estero e abbiamo il tasso di emigrazione giovanile tra i più alti d’Europa. Non attraiamo giovani perché nessuno viene a lavorare in Italia a queste condizioni. Quindi il risultato è il depauperamento in corso dello stock di capitale umano. Per fare un esempio, se l’Italia fosse un grande magazzino delle competenze, si potrebbe dire che stiamo dando fondo ai vecchi arnesi rimasti in magazzino, senza riuscire a ripristinare il livello con le nuove competenze. È una metafora, ovviamente un po’ strumentale, ma il concetto è questo. Non stiamo rinnovando la base delle competenze”.
Un trend “pericoloso”, avverte Carnevale-Maffè, soprattutto perché “ l’AI accelererà questo passaggio, cosa che si vede chiaramente negli Stati Uniti, dove i senior vanno alla grande e vengono mantenuti dalle imprese mentre, riguardo ai junior, vengono notevolmente ridotti i job posts e gli intakes ”.
Come dimostra per l’appunto il caso di McKinsey, che, “invece di assumere 25.000 giovani, ha preso 25.000 pezzi di software ”.
E se succede negli States, dove l’innovazione la fa da padrona, come si può pensare che il mercato del lavoro italiano versi davvero in buone condizioni di salute?
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