Il fiume nero che unisce Usa, Venezuela, Iran, Russia e Cina

Guido Salerno Aletta

18 Dicembre 2025 - 07:51

La competizione per il petrolio salda crisi regionali e strategie globali, unendo Caraibi, Eurasia e Medio Oriente in un solo sistema geopolitico.

Il fiume nero che unisce Usa, Venezuela, Iran, Russia e Cina

Il petrolio, l’oro nero, continua a rappresentare una leva formidabile nelle relazioni internazionali.

Non è casuale, dunque, che l’Amministrazione Trump abbia deciso da tempo di mettere alle strette il regime venezuelano di Nicolas Maduro, che ha preso l’eredità rivoluzionaria di Hugo Chávez e che potrebbe fare la fine dell’ex-Presidente siriano Bashar el-Assad, esiliandosi in Russia e lasciando il proprio Paese nelle mani dell’opposizione filo-occidentale che da lungo tempo lo ha combattuto.

All’embargo economico, deciso da tempo dagli Usa nei confronti del Venezuela, si era aggiunto giovedì scorso un blocco navale “totale e completo” deciso da Trump, motivato dalla lotta senza quartiere al narcotraffico che lo utilizzerebbe come base coperta e protetta. La pressione è aumentata di colpo, dopo che le forze navali statunitensi hanno sequestrato la petroliera The Skipper, inducendo altre navi che avrebbero dovuto caricare del greggio ad invertire la rotta per evitare inconvenienti analoghi.

Il prezzo del petrolio WTI ha registrato un aumento improvviso, dopo che anche quello del barile di Brent aveva mostrato un andamento al ribasso per via delle notizie positive in ordine alle trattative per la conclusione della guerra in Ucraina: una revoca delle sanzioni alla Russia porterebbe ad un aumento delle disponibilità di forniture energetiche.

C’è di mezzo quindi il petrolio, di cui il Venezuela è il primo Paese al mondo per riserve accertate: la caduta del governo Maduro lo ricondurrebbe, come è accaduto con la Siria, nell’orbita statunitense.

Le conseguenze di questo ipotizzato ribaltone politico in Venezuela inciderebbero sugli equilibri geopolitici sottesi dalla produzione petrolifera mondiale: si tratta in primo luogo degli approvvigionamenti energetici della Cina, che attualmente fa affidamento sul petrolio venezuelano per il proprio fabbisogno e che sostiene con la fornitura di armamenti il governo di Maduro, ma soprattutto delle disponibilità per l’economia americana dei prodotti derivati dal trattamento del greggio pesante venezuelano, che viene lavorato dalle raffinerie texane appositamente realizzate a questo scopo.

Ci sono poi le strette relazioni intrattenute dal Venezuela con l’Iran, che vanterebbe nei confronti di Caracas crediti finanziari rilevanti come era accaduto con Damasco: una caduta di Maduro, dopo quella di Assad, metterebbe nuovamente in grande difficoltà Teheran per la difficile possibilità di recuperare le somme prestate.

Non è un caso, poi, che anche la gran parte delle esportazioni petrolifere iraniane, come quelle del Venezuela, abbia come destinazione la Cina: tutto si tiene.

L’attenzione statunitense nei confronti del Venezuela deriva naturalmente da una ragione politica ormai storica, riaffermata di recente con la celebrazione alla Casa Bianca dei 250 anni dalla enunciazione della Dottrina Monroe, formulata dal quinto Presidente statunitense James Monroe, basata sul motto “l’America agli Americani”.

Stavolta, come già accadde con la crisi di Cuba ai tempi di Kennedy e di Krusciov, quando l’URSS aveva deciso di piazzare propri missili sull’isola, si tratta di recidere i rapporti intrattenuti dalla Colombia non solo con la Cina ma anche con la Russia. La reazione del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov non si è fatta attendere, con una dichiarazione secondo cui i piani di Washington per un’operazione terrestre in Venezuelaminano le speranze” di una soluzione pacifica. Le parole sono state espresse durante una conferenza stampa congiunta con il collega iraniano Abbas Araghchi, nel corso della quale Lavrov ha definito illegale la presa di mira di navi nei Caraibi.

Ritornare ad avere la piena disponibilità della produzione petrolifera venezuelana sarebbe un fattore estremamente positivo per l’economia statunitense e per la strategia geopolitica di Trump. Dall’altra parte, c’è la Russia, interessata all’eliminazione delle sanzioni post-Ucraina, penalizzata dalla perdita del mercato europeo del gas e dal price-cap sul petrolio, e c’è la Cina, affamata di energia, che importa principalmente da Russia, Iran e Venezuela.

Il Green Deal si è dimostrato una strategia insostenibile, sia economicamente che finanziariamente: le energie alternative costano troppo. L’Amministrazione Trump ha preso atto dell’impossibilità di una reale autosufficienza energetica basata solo sulle fonti rinnovabili: petrolio, gas e carbone tornano risorse cruciali.

Per gli Usa, riprendere il controllo geopolitico del Venezuela serve per le risorse petrolifere, la posizione geografica e per interrompere le relazioni con Paesi non amici.

Parimenti, per la Russia, l’Ucraina ha la stessa importanza: “neutralizzare Kiev” e annettersi la Crimea e le regioni russofone serve per blindarsi strategicamente e acquisire risorse minerarie e industriali.

Tutto si scambia e si tiene, come sempre.