Il rapporto trimestrale di Crédit Agricole dedicato allo scenario economico dell’Italia per il biennio 2026-2027, firmato da Sofia Tozy, parte da un’osservazione centrale: il 2026 è iniziato con una forza maggiore del previsto, nonostante le turbolenze internazionali registrate fino a marzo.
La crescita ha mostrato maggiore dinamicità, il carry-over per l’anno è stato rivisto al rialzo e la domanda interna del primo trimestre si è confermata solida sia nei consumi delle famiglie sia negli investimenti. In un contesto geopolitico segnato da forte volatilità, il semplice fatto di aver evitato il peggio diventa già motivo di sollievo per gli analisti di Crédit Agricole.
Il contesto geopolitico fragile
Le tensioni in Medio Oriente, in particolare lo scontro tra Stati Uniti e Iran, hanno tuttavia lasciato un’impronta chiara. I prezzi del Brent hanno superato i 100 dollari al barile a marzo, innescando un primo rialzo dell’inflazione energetica già ad aprile. Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran ha poi favorito una de-escalation che ha riportato i prezzi spot al di sotto degli 80 dollari, con le curve dei futures che segnalano una stabilizzazione intorno ai 72 dollari entro il 2027. Questo scenario rende lo shock inflazionistico più transitorio rispetto alle ipotesi peggiori formulate in precedenza.
Tuttavia Sofia Tozy sottolinea che i rischi al rialzo restano concreti: i negoziati si preannunciano lunghi e fragili, il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz dovrà ancora fare i conti con mine, assicurazioni e il rientro di navi cisterna e metaniere, mentre i danni alle infrastrutture petrolifere e del gas nel Golfo richiederanno tempo per essere riparati. La produzione regionale tornerà alla normalità solo gradualmente e non si può escludere del tutto il rischio che le scorte si esauriscano entro la fine del 2026.
Sul mercato del gas la situazione è analoga. La capacità di produzione di LNG del Qatar è stata parzialmente ridotta, privando l’Europa di parte delle forniture e rallentando il riempimento degli stoccaggi, che presentano ancora un deficit di 18 miliardi di metri cubi. Un ritardo nel ripristino delle forniture dal Qatar potrebbe esercitare ulteriore pressione sui prezzi europei già a partire dall’estate. Nonostante questi elementi di incertezza, il rapporto di Crédit Agricole rivede al rialzo la crescita dell’Italia per il 2026 portandola allo 0,5 per cento, contro lo 0,3 per cento dello scenario di aprile. Il secondo e il terzo trimestre resteranno tuttavia gravati dal peso dello stallo Stati Uniti-Iran, dall’inflazione elevata e dall’avvio del ciclo di restrizione monetaria, con una crescita probabilmente piatta o negativa in quel periodo.
Un’economia resiliente
Il primo trimestre 2026 ha comunque offerto segnali incoraggianti. Il PIL è cresciuto dello 0,3 per cento congiunturale, un ritmo analogo a quello del quarto trimestre 2025, spingendo il carry-over annuale allo 0,6 per cento prima della revisione finale allo 0,5 per cento. La domanda interna ha contribuito per 0,5 punti percentuali, mentre le scorte hanno sottratto quasi 1,1 punti. Le esportazioni sono rimbalzate di oltre il 2 per cento dopo il calo dell’1 per cento del trimestre precedente, trainate soprattutto dal settore dei metalli verso la Svizzera, mentre le importazioni sono scese dello 0,7 per cento, in parte per la riduzione degli acquisti energetici.
Sul versante dei consumi, le famiglie hanno registrato un incremento dello 0,5 per cento, il più marcato dal quarto trimestre 2024, trainato dai servizi (+0,6 per cento) ma con contributi positivi anche da beni durevoli e non durevoli. Gli investimenti sono cresciuti dello 0,7 per cento, con un rallentamento rispetto al ritmo sostenuto del 2025: la componente residenziale è scesa del 2,7 per cento, mentre macchinari e attrezzature sono tornati a crescere del 2,3 per cento e le costruzioni non residenziali hanno recuperato slancio grazie ai progetti del PNRR.
Dal lato dell’offerta, la crescita del valore aggiunto è stata trainata dai servizi (+0,4 per cento), mentre l’industria nel senso lato è rimasta stagnante e l’agricoltura ha segnato un calo dello 0,5 per cento. All’interno dell’industria si sono manifestate tendenze opposte: le costruzioni sono scese dello 0,3 per cento dopo oltre un anno di aumenti consecutivi, mentre la manifattura ha registrato un modesto +0,1 per cento. I servizi hanno beneficiato del recupero delle attività immobiliari e delle telecomunicazioni, oltre che del settore arte e intrattenimento.
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Le criticità sul fronte lavoro
Il mercato del lavoro ha continuato a mostrare una resilienza di superficie. Nel primo trimestre le ore lavorate sono cresciute dello 0,3 per cento, spinte da agricoltura, industria e, in misura minore, servizi. L’occupazione è salita dello 0,3 per cento, trainata soprattutto dagli autonomi, mentre il numero dei disoccupati è calato di oltre il 7 per cento, portando il tasso medio di disoccupazione al 5,3 per cento ad aprile. Il tasso di inattività è tuttavia salito al 33,7 per cento, segnalando un ritiro di lavoratori dal mercato. Crédit Agricole evidenzia come questa resilienza sollevi interrogativi in un ciclo di crescita fiacco e al di sotto del potenziale. Il tasso di posti vacanti è sceso all’1,7 per cento, la transizione dall’occupazione alla disoccupazione si è ridotta e si osserva un chiaro fenomeno di labour hoarding: le imprese stanno assorbendo il rallentamento mantenendo i livelli occupazionali, con un indice di retention salito a 8,2 a maggio.
Questo comportamento, che raggiunge il 97,4 per cento di retention nel periodo Q1 2025-Q1 2026, protegge i posti di lavoro ma solleva dubbi sulla sua sostenibilità e sulla qualità dell’occupazione. La quota di contratti a tempo determinato convertiti in permanenti è crollata all’11,8 per cento, mentre la permanenza sui contratti temporanei ha toccato l’80 per cento. La curva di Beveridge si è spostata verso l’alto dalla seconda metà del 2025, segnalando un peggioramento dell’abbinamento tra domanda e offerta di lavoro.
Crédit Agricole attribuisce parte di questa dinamica a fattori strutturali: il restringimento della forza lavoro per ragioni demografiche, con il numero di 25-34enni calato di oltre il 30 per cento dal 2004, riduce automaticamente la pressione sulla disoccupazione. Le imprese, soprattutto per i lavoratori più anziani, privilegiano la conservazione dei posti. Nel breve termine, tuttavia, le aspettative di occupazione nei sondaggi di fiducia sono peggiorate a maggio in manifattura, costruzioni e servizi di mercato. Le previsioni indicano un lieve deterioramento: il tasso di disoccupazione dovrebbe attestarsi mediamente al 5,6 per cento nel 2026 prima di salire gradualmente verso il 6,2 per cento nel 2027, man mano che i contratti a tempo determinato non rinnovati peseranno sui flussi del mercato del lavoro.
L’inflazione resterà alta
Dopo un primo trimestre con inflazione bassa, l’aumento dei prezzi energetici ha spinto l’inflazione complessiva dal +1,7 per cento di marzo al +2,7 per cento ad aprile e oltre il 3 per cento a maggio, con l’inflazione energetica che ha superato il 10 per cento. Il potere d’acquisto reale delle famiglie ha continuato a crescere nel primo trimestre, ma a ritmo più lento rispetto alla fase di recupero del 2024. Il tasso di risparmio è salito all’8,0 per cento per le famiglie in senso stretto e al 10,8 per cento per il settore istituzionale delle famiglie, riflettendo comportamenti precauzionali accentuati dal calo della fiducia registrato da marzo in poi.
Le famiglie a basso reddito risultano particolarmente vulnerabili: lo shock colpisce beni di acquisto frequente come energia e alimentari, e molte di queste famiglie avevano già eroso parte del cuscinetto di risparmio durante il ciclo precedente. Crédit Agricole prevede che i consumi salgano dello 0,6 per cento nel 2026, ma con due trimestri consecutivi negativi a partire dal secondo, per poi decelerare ulteriormente allo 0,4 per cento nel 2027.
Il ruolo chiave degli investimenti
Il ciclo degli investimenti, che ha sostenuto gran parte della resilienza degli ultimi due anni, mostra segni di esaurimento. Nel primo trimestre la crescita è proseguita, sostenuta da macchinari, attrezzature e opere pubbliche, mentre il settore residenziale ha iniziato a risentire della fine del Superbonus. Quattro fattori avevano alimentato il ciclo: le misure di sostegno alle imprese come il programma Transizione 5.0, gli investimenti legati al PNRR, il miglioramento delle condizioni di finanziamento dopo l’allentamento monetario e l’accelerazione degli investimenti nelle rinnovabili.
Tuttavia i sondaggi della Banca d’Italia indicano un ridimensionamento delle intenzioni di investimento per il 2026, particolarmente marcato nelle piccole imprese. Il PNRR entra nella sua fase finale: a fine febbraio 2026 gli impegni avevano raggiunto 113,5 miliardi di euro (58 per cento delle risorse), con un tasso di avanzamento complessivo del 72 per cento e tutti i target europei del secondo semestre 2025 raggiunti. La revisione del piano di novembre 2025 ha spostato risorse dalle opere pubbliche verso aiuti diretti alle imprese e strumenti di garanzia o prestiti agevolati.
Restano tuttavia sfide importanti: circa 24 miliardi di euro dovranno essere erogati oltre la scadenza di settembre 2026, i tempi medi di lavorazione si sono allungati e solo il 48,5 per cento dei progetti era completato o in fase di collaudo a marzo 2026. I progetti in difficoltà, stimati tra 12 e 15 miliardi di euro, si concentrano in particolare nel Mezzogiorno e riguardano settori come edilizia scolastica, infrastrutture ferroviarie regionali e strutture sanitarie locali.