Sicurezza sul lavoro in Italia: ecco perché non è solo un problema di leggi. Le problematiche (e le soluzioni) emerse dal confronto Money Talks con l’On. Chiara Gribaudo e Domenico Ruggiero.
Oggi, martedì 28 aprile, è la Giornata mondiale per la salute e sicurezza sul lavoro e per l’occasione in Money Talks abbiamo lavorato a uno speciale che vede coinvolti due massimi esperti del tema: l’Onorevole Chiara Gribaudo, deputata del Partito Democratico e Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia e Domenico Ruggiero, presidente della Fondazione Rubes Triva (oltre che amministratore unico di Asia Napoli) che promuove tutte le iniziative formative e informative atte a salvaguardare l’integrità psico-fisica della persona in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
Nel corso del confronto, moderato da Marco Gaetani, è emerso come quello sulla sicurezza del lavoro è un problema ancora contemporaneo in Italia e, numeri alla mano, lontano dalla risoluzione. Basti pensare che secondo i dati Inail, nel 2025 sono state 792 le vittime sul lavoro a fronte di 416 mila denunce di infortunio. L’obiettivo zero morti sul lavoro, quindi, stando ai dati attuali lo possiamo definire quasi utopistico.
Ma qual è il problema infortuni? Su questo argomento siamo già intervenuti spiegando come molte aziende non capiscono quanto sia importante investire in questo ambito, ma nel confronto con Gribaudo e Ruggiero è emerso un punto di vista ancora più approfondito, durante il quale risalta una verità fondamentale: non è più un problema di leggi visto che l’impianto normativo italiano è più che completo, ma un altro.
Non è (solo) un problema di leggi, la verità emersa dal confronto
È proprio da qui che parte il confronto andato in onda a Money Talks: dalla necessità di superare una narrazione ormai insufficiente, quella secondo cui basterebbe intervenire sulle leggi per ridurre in modo significativo gli infortuni sul lavoro.
Come racconta il dialogo tra Chiara Gribaudo e Domenico Ruggiero, infatti, il punto non è tanto la mancanza di norme, quanto la loro effettiva applicazione e, soprattutto, il contesto in cui queste si inseriscono. L’Italia, viene sottolineato, dispone già di un impianto normativo tra i più avanzati in Europa: “se bastasse una norma per risolvere il problema, saremmo già a posto”, è il passaggio chiave che sintetizza bene il senso del ragionamento.
Nel corso della puntata, Gribaudo richiama più volte la necessità di affrontare la sicurezza sul lavoro “a 360 gradi”, evidenziando come il tema non possa essere ridotto a una questione meramente legislativa, ma richieda un intervento coordinato che coinvolga istituzioni, imprese e lavoratori.
Allo stesso tempo, Ruggiero sposta l’attenzione su un aspetto altrettanto centrale: la sicurezza viene ancora troppo spesso percepita come un’appendice del lavoro, un obbligo da rispettare più che un valore da integrare nei processi produttivi. “Non deve essere vista come un costo o un adempimento burocratico”, ha spiegato, indicando chiaramente il cambio di paradigma necessario.
Da questo doppio punto di vista - politico e operativo - prende forma la vera chiave di lettura del problema: siamo di fronte a una difficoltà strutturale nel trasformare le regole in pratica quotidiana. È qui che si inserisce la “verità che nessuno dice”, già anticipata: continuare a intervenire solo sul piano delle leggi rischia di essere insufficiente se non si agisce, allo stesso tempo, su controlli e organizzazione del lavoro.
Quali sono i lavoratori più esposti?
Un altro punto centrale emerso nel dibattito riguarda il fatto che questo limite culturale colpisca soprattutto le categorie più fragili. Lavoratori stranieri, spesso penalizzati dalla barriera linguistica, giovani e tirocinanti, ma anche chi opera nelle filiere più frammentate, sono quelli maggiormente esposti ai rischi. “Non possiamo avere lavoratori di serie A e di serie D nello stesso luogo di lavoro”, dichiara Gribaudo, il senso di un passaggio che fotografa bene la distanza ancora esistente.
In questo contesto, la sicurezza diventa anche una questione di inclusione e qualità del lavoro: senza una cultura condivisa e strumenti adeguati per tutti, il rischio è che le differenze organizzative e sociali si trasformino, ancora una volta, in infortuni.
Cosa serve per risolvere il problema?
La sicurezza non può essere isolata dal contesto complessivo del lavoro. Come sottolineato da Chiara Gribaudo, esiste un legame diretto tra qualità dell’occupazione, comprenendo anche il tema dei salari, e sicurezza. Dove il lavoro è più precario e meno tutelato, il rischio aumenta. Non a caso, accanto al tema degli infortuni, entrano nel dibattito anche questioni come il salario minimo e la necessità di ridurre le disuguaglianze nel mercato del lavoro.
Sul fronte operativo, Domenico Ruggiero apre invece a una prospettiva diversa, legata all’innovazione. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale e dei dati, ad esempio, può rappresentare un cambio di passo nella prevenzione, permettendo di anticipare i rischi e intervenire prima che si trasformino in incidenti. “L’intelligenza artificiale sarà un pilastro della sicurezza”, è uno dei passaggi che sintetizza questa visione, in cui la tecnologia diventa uno strumento al servizio dei lavoratori.
Resta però un dato di fondo, che chiude il cerchio rispetto all’inizio: l’obiettivo delle “zero morti sul lavoro” è oggi ancora lontano. Non impossibile, ma certamente non raggiungibile senza un cambio di approccio complessivo visto che la soluzione non può essere affidata a un solo attore: serve uno sforzo condiviso, capace di trasformare le regole in pratica quotidiana.
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