Quanto costa non investire nella sicurezza sul lavoro? Infortuni e contenziosi pesano più delle sanzioni: ecco perché oggi la sicurezza è un investimento per le imprese.
Quanto costa davvero non investire nella sicurezza sul lavoro?
Non è una domanda teorica, né riguarda solo il rischio di sanzioni. Il costo più alto si paga altrove: negli infortuni, nei fermi operativi, nei contenziosi e nella perdita di efficienza che colpisce direttamente le aziende. È proprio da qui che sta nascendo un cambio di approccio sempre più evidente: la sicurezza viene vista come un obbligo da rispettare, come una scelta che incide sull’organizzazione del lavoro.
Il tema è tornato al centro del confronto anche durante l’evento “Sicurezza Lavoro Ambiente”, promosso dalla Fondazione Rubes Triva e ospitato all’Auditorium del Palazzo delle Esposizioni di Roma, che ha riunito istituzioni, enti di ricerca, imprese e parti sociali.
Tra i partecipanti rappresentanti di primo piano del panorama nazionale, dall’Anac con il presidente Giuseppe Busia all’Inail, fino agli enti locali con l’assessore di Roma Capitale Sabrina Alfonsi. Presenti anche importanti realtà del settore come Ama Roma, Regione Toscana e il Gruppo Hera, insieme alle principali organizzazioni datoriali e sindacali, a conferma della centralità del tema per l’intero sistema lavoro.
Perché la sicurezza oggi è un investimento
Per molto tempo la sicurezza sul lavoro è stata percepita come un costo da contenere, come un insieme di obblighi da rispettare per evitare sanzioni, senza un reale impatto sulle scelte aziendali. Oggi questo schema sta cambiando.
A sottolinearlo è stato, tra gli altri, Domenico Ruggiero, presidente della Fondazione Rubes Triva, che ha evidenziato come la sicurezza debba evolvere da semplice adempimento a vera cultura organizzativa, capace di incidere sulle scelte prospettiche delle imprese. Un concetto ripreso anche da Giuseppe Busia, presidente dell’Anac, che ha richiamato il ruolo della digitalizzazione e dei contratti pubblici come strumenti per migliorare qualità e sicurezza nei servizi, soprattutto in un settore come quello ambientale dove l’organizzazione del lavoro è particolarmente complessa.
Sempre più imprese stanno quindi comprendendo che investire in sicurezza significa ridurre i rischi operativi, evitare interruzioni nelle attività e migliorare l’organizzazione interna, rendendo il lavoro più efficiente nel tempo. È un passaggio culturale prima ancora che normativo: la sicurezza deve diventare parte integrante dei processi aziendali. Quando questo avviene, la prevenzione smette di essere un vincolo e diventa uno strumento che aiuta a lavorare meglio.
Il vero costo della mancata sicurezza
Il problema è che il costo della sicurezza è evidente, mentre quello della mancata sicurezza spesso non lo è.
D’altronde, un infortunio non è mai un episodio isolato, in quanto ha conseguenze che si riflettono sull’intera organizzazione: rallentamenti nelle attività, sostituzioni improvvise, aumento dei costi assicurativi e possibili contenziosi. A questo si aggiungono i danni reputazionali, che in alcuni settori possono avere effetti anche nel lungo periodo.
È proprio per questo che le imprese più strutturate stanno spostando l’attenzione dalla gestione dell’emergenza alla prevenzione. Un cambio di approccio che passa anche dalla capacità di leggere i rischi in modo più preciso.
A tal proposito, durante l’evento è stato infatti evidenziato il valore di strumenti sempre più avanzati, come il “cruscotto di indicatori di comparto”, pensato per supportare le aziende nella valutazione dell’impatto delle attività e orientare le decisioni in modo più consapevole. Il punto è chiaro: il costo della sicurezza è prevedibile e gestibile. Quello dell’insicurezza no.
Formazione, controlli e nuove sfide
Se la sicurezza diventa un investimento, allora servono strumenti adeguati per sostenerla. E tra questi la formazione resta uno dei pilastri principali.
Investire sulle competenze significa aumentare la capacità di individuare i rischi prima che si trasformino in problemi reali e tangibili, una leva che rende più efficace anche l’attività di controllo.
In questo contesto si inserisce il tema della vigilanza. Come evidenziato dal Direttore centrale dell’Ispettorato nazionale del lavoro, Giuseppe Patania, oggi è fondamentale rafforzare il coordinamento tra le amministrazioni per rendere i controlli più mirati ed efficaci, orientandoli verso i contesti a maggiore rischio. Un approccio che punta sull’analisi dei fenomeni e sulla selettività degli interventi, soprattutto nei settori più esposti a criticità come lavoro sommerso e sfruttamento.
Ma alle sfide tradizionali se ne aggiungono di nuove. L’innovazione tecnologica sta cambiando profondamente l’organizzazione del lavoro: l’utilizzo di algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale impone una riflessione sui rischi emergenti e richiede strumenti aggiornati per garantire la tutela dei lavoratori. È qui che si gioca una delle partite più importanti: riuscire a coniugare innovazione e sicurezza, senza che l’una vada a discapito dell’altra.
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