La Finlandia dà una lezione all’Italia. Stessi diritti per mamme e papà

Simone Micocci

18 Giugno 2026 - 18:00

La genitorialità deve coinvolgere padri e madri allo stesso modo, ma in Italia i diritti restano molto diversi. La Finlandia ci mostra un’altra strada.

La Finlandia dà una lezione all’Italia. Stessi diritti per mamme e papà

10 giorni di congedo di paternità obbligatorio contro 5 mesi di congedo di maternità: oggi in Italia continua a mancare un vero equilibrio tra le misure a sostegno della genitorialità.

Il sistema, infatti, oggi tutela molto di più le madri rispetto ai padri, confermando un’impostazione che affonda le radici in una tradizione che si sta cercando, almeno sul piano culturale, di superare: quella secondo cui la cura dei figli sarebbe soprattutto una responsabilità delle mamme.

È vero che il congedo di maternità nasce prima di tutto per tutelare la donna negli ultimi mesi di gravidanza e nel periodo immediatamente successivo al parto, evitando lo svolgimento di attività che potrebbero pregiudicare la sua salute o quella del bambino. Tuttavia, negli ultimi anni, anche grazie all’introduzione di forme di maggiore flessibilità, la funzione di questo strumento è in parte cambiata.

Sono sempre di più, infatti, le lavoratrici che scelgono di utilizzare il congedo di maternità interamente dopo il parto, così da avere più tempo da trascorrere con il figlio nei primi mesi di vita. Ed è proprio in questi casi che emerge con maggiore evidenza la distanza rispetto ai padri, ai quali la legge riconosce soltanto 10 giorni di congedo obbligatorio.

Una differenza che si ritrova anche nei cosiddetti permessi per allattamento.

Nonostante il nome possa far pensare a una misura legata esclusivamente all’allattamento vero e proprio, si tratta in realtà di riposi giornalieri che consentono alla madre, nel primo anno di vita del bambino, di ridurre l’orario di lavoro di una o due ore al giorno, a seconda dell’orario contrattuale. In sostanza, sono ore in più da dedicare alla cura del figlio e alla vita familiare.

Anche in questo caso, però, il diritto è riconosciuto principalmente alla madre visto che il padre può beneficiarne solo in alcune ipotesi specifiche, ad esempio quando la madre lavoratrice dipendente non se ne avvale, oppure quando non è proprio presente. Di nuovo, quindi, il sistema sembra partire dall’idea che la figura principale nella cura quotidiana del bambino sia la madre, mentre il padre resta in una posizione più marginale.

Eppure il dibattito pubblico va ormai in un’altra direzione. Se si afferma, giustamente, che madre e padre hanno gli stessi doveri nella crescita dei figli, allora bisognerebbe ragionare anche su una maggiore parità nei diritti, come fatto - con largo anticipo rispetto a noi - dalla Finlandia.

Qui, come vedremo di seguito, la riforma del congedo parentale si è puntato a cancellare, almeno in larga parte, la distinzione tra madre e padre.

Così la Finlandia ha dato una lezione all’Italia

È da settembre 2022 che la Finlandia ha introdotto un sistema che, almeno sul fronte dei congedi, mostra all’Italia una strada diversa. Nel dettaglio, con la riforma entrata in vigore per i figli nati dal 4 settembre 2022, il sistema non distingue più tra congedo della madre e congedo del padre secondo uno schema rigido e tradizionale.

A ciascun genitore, infatti, vengono riconosciuti 160 giorni di congedo parentale, per un totale di 320 giorni complessivi per la famiglia. Una parte di questi giorni, fino a 63, può essere trasferita all’altro genitore o a un altro caregiver.

La cura del figlio quindi non viene più considerata, almeno nella struttura del diritto, come una funzione prevalentemente materna: per questo motivo il congedo è riconosciuto in modo neutro rispetto al genere dei genitori e si applica anche alle famiglie adottive e affidatarie. Per le famiglie monogenitoriali, invece, è possibile utilizzare entrambe le quote, così da non penalizzare chi cresce un figlio da solo.

La Finlandia ci insegna che se si vuole cambiare la cultura, bisogna cambiare anche le regole perché continuare a parlare di pari doveri senza riconoscere pari diritti significa lasciare tutto com’è, scaricando ancora una volta sulle madri la parte più pesante della cura e chiedendo ai padri di essere presenti senza offrire loro il tempo necessario per farlo davvero.

D’altronde non si tratta di un dettaglio visto che la diversa durata dei congedi incide anche sulle carriere dal momento che quando la madre resta a casa molto più a lungo del padre è spesso lei a subire le conseguenze professionali più pesanti: si va dai rallentamenti di carriera a una maggiore esposizione al part time involontario, come pure nel peggiore dei casi alla rinuncia al lavoro.

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