Tutti sono alla ricerca di soldi da gestire: è recentissima la proposta di prevedere la automaticità per i lavoratori nuovi assunti del trasferimento delle somme loro spettanti a titolo di TFR, e che ora sono trattenute dalle aziende, ai Fondi di Previdenza complementare.
La giustificazione ufficiale è duplice: per un verso, questi futuri pensionati riceverebbero una pensione più consistente rispetto all’assegno misero che verrà loro corrisposto sulla base del sistema di Previdenza generale obbligatoria, in quanto calcolato col sistema contributivo; per l’altro verso, queste risorse verrebbero impiegate in settori di particolare interesse pubblico.
Inutile dire che anche le industrie della Difesa sarebbero interessate a questo genere di iniziative, per sviluppare i propri programmi di investimento. In Francia, ad esempio, era emersa ma è stata immediatamente e sonoramente bocciata la proposta di utilizzare a questi fini i versamenti effettuati sui “Livret A”, i libretti di risparmio postale a capitale e rendimento garantito.
La verità è molto diversa: la Previdenza complementare non ha più spazio, visto che i lavoratori non sono in grado di mettere da parte il risparmio mensile necessario per aderire ai Piani di accumulo. I gestori dei Fondi lo sanno benissimo, e vanno alla ricerca degli accantonamenti del TFR aziendale: non hanno altra alternativa, se non quella di chiudere baracca e burattini.
C’è comunque un conflitto latente tra la libertà di investire e quelli che vengono definiti “interessi pubblici”.
Da tempo, in Italia, è stato abrogato il sistema normativo che consentiva ai governi, attraverso le delibere del Comitato Interministeriale per il Credito ed il Risparmio (CICR), di indirizzare gli impieghi bancari tra le diverse finalità, sia sul piano settoriale che territoriale, con una strumentazione definita di “classazione del credito”.
Nonostante tutto, anche ora la libertà decisionale negli impieghi delle banche e delle assicurazioni non è assoluta, visti gli obblighi imposti sia dall’Autorità bancaria europea (EBA), che dall’EIOPA per la vigilanza delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali. In via generale, interviene anche la BCE che, nell’ambito delle sue funzioni di vigilanza precauzionale sugli istituti di rilevanza sistemica, effettua periodici stress test che penalizzano taluni investimenti a causa della oggettiva rischiosità del settore. Ma tutto questo assetto normativo serve solo ad assicurare la stabilità del sistema bancario e di quello assicurativo ma non a favorire, per fini di interesse generale, un impiego rispetto ad un altro: la fuga dal rischio e la ricerca del profitto sono gli unici criteri di azione.
Riemerge comunque, a livello politico, l’esigenza di indirizzare i capitali verso i settori considerati di pubblico interesse, prevedendo specifici incentivi fiscali: altrimenti, questi settori sarebbero trascurati dagli investitori a causa della mancanza di track-record delle aziende o della sua oggettiva rischiosità delle iniziative intraprese.
Con la legge di bilancio per il 2017 è stato introdotto un trattamento di favore per i Piani individuali di risparmio a lungo termine “PIR”, che prevede la non imponibilità ai fini delle imposte sui redditi dei proventi di natura finanziaria (redditi di capitale e redditi diversi), derivanti da investimenti operati tramite i citati PIR che rispettino le caratteristiche espressamente previste dalla normativa in termini di vincoli e di divieti di investimento, nonché la non imponibilità ai fini dell’imposta di successione per il trasferimento degli strumenti finanziari detenuti nel Piano.
Si tratta di una disciplina fiscale diretta a favorire la canalizzazione diretta del risparmio delle famiglie verso gli investimenti in strumenti finanziari di imprese industriali e commerciali, italiane ed europee, radicate sul territorio italiano, per le quali maggiore è il fabbisogno di risorse finanziarie e insufficiente è l’approvvigionamento mediante il canale bancario.
Le agevolazioni riguardano gli investimenti a lungo termine che vengono effettuati in “start-up ed in PMI innovative” da persone fisiche ovvero da Casse di Previdenza e da Fondi pensione.
Di recente, l’art. 18 del DL n. 95 del 30 giugno 2025 ha modificato le disposizioni di cui all’art. 33 della legge 193/2024 in materia di “investimenti qualificati esenti da tassazione”: l’investimento minimo in iniziative di Venture Capital, da parte dei Fondi pensione e delle Casse di previdenza, che è necessario per beneficiare dell’esenzione dalla tassazione dei rendimenti, passa dal 5% nel 2025 e 10% dal 2026 al 3% nel 2025, 5% nel 2026 e 10% dal 2027, rapportato agli investimenti qualificati dell’anno precedente.
E’ evidente che si tratta di iniziative marginali, con un impatto estremamente limitato.
C’è una questione cruciale, che riguarda lo sviluppo economico, che andrebbe fatta emergere nuovamente, essendo caduta nel dimenticatoio.
Raccolta del risparmio ed impieghi creditizi non hanno solo bilanciamenti contabili, ma prima ancora e soprattutto geografici: basta leggere le statistiche sulla distribuzione territoriale, tra le diverse Regioni, dell’attività bancaria che vengono regolarmente pubblicate da Banca d’Italia per rendersi conto che non vi è affatto una corrispondenza univoca tra le due funzioni, visto che la gran parte del credito viene erogata nel Nord Italia, e principalmente in Lombardia, drenando in questo modo il risparmio delle Regioni meridionali.
Questo fenomeno di riallocazione territoriale era molto più limitato in passato, quando le Banche che avevano sportelli in tutta l’Italia erano molto poche rispetto alle aziende di credito localizzate in poche città. La discrasia territoriale era invece evidentissima nel funzionamento della Cassa depositi e Prestiti, che raccoglie da sempre il risparmio in tutta l’Italia attraverso la rete di sportelli delle Poste e che poi lo impiega secondo criteri politici: erano all’ordine del giorno le controversie politiche sulla destinazione dei prestiti alle grandi città del risparmio versato nei piccoli centri.
Nel corso degli anni, le convenienze di mercato hanno fatto premio su ogni altra considerazione, ed oggi non c’è più nessuno che discuta di questi argomenti di equa riallocazione territoriale del risparmio, che ormai ha un rilievo internazionale: non ci sono più frontiere ai movimenti di capitale.
Ci sono i sogni, le manie di grandezza: dobbiamo imitare gli USA. Non passa giorno, infatti, che non si levi alta e solenne la richiesta di costituire l’Unione del mercato dei capitali, superando l’attuale frammentazione delle Borse nazionali, favorendo le aggregazioni bancarie transfrontaliere ed accelerando la decisione di emettere finalmente un “debito comune europeo” che avrebbe la caratteristica di essere una emissione di grande appetibilità sui mercati e che consentirebbe agli Stati di risparmiare in modo consistente sugli interessi.
C’è poi la realtà quotidiana, brutale, che riflette gli interessi nazionali. I dirigenti e gli azionisti delle Banche e delle Assicurazioni sono costantemente impegnati nel valutare operazioni di acquisizione, più o meno ostili, come sta succedendo in Italia tra Unicredit, Monte dei Paschi, Mediobanca, Banco Popolare di Milano (BPM), Banca Generali.
Ed i governi, in modo più o meno palese, cercano tutti di evitare la costituzione di posizioni di controllo da parte di soggetti stranieri, come sta succedendo in Italia con la decisione di attivare i poteri di tutela degli interessi strategici nazionali previsti dalla normativa sul Golden Power nel caso dell’OPS in corso tra Unicredit e BPM. Il governo tedesco fa lo stesso, definendo “operazione non concordata” l’aumento della quota di proprietà azionaria in Commerzbank da parte dei Unicredit.
Mentre i banchieri ed i gestori dei Fondi gestiscono liberamente budget multimiliardari di impieghi e di investimenti, i governi si arrabattano, allungando piccole mance: giocano di rimessa, sempre in condizioni di emergenza. Anno dopo anno, gestiscono a pioggia l’allocazione delle risorse ed approvano bilanci-fotocopia facendosi dettare le priorità da Bruxelles, senza avere nessuna visione di lungo termine.