Termini di legge, interessi di mora e cosa dice la normativa in Italia, con qualche caso studio specifico: quanto aspetta davvero un freelance per ricevere i soldi dopo aver emesso fattura?
La prestazione è consegnata, la fattura è partita e il bonifico non arriva. Succede a chiunque lavori in proprio, e non solo in Italia: dal freelance di Milano al consulente di Chicago la scena è la stessa, con la scadenza che passa in silenzio e il credito che resta sospeso, a fare da prestito gratuito al cliente. Da noi i numeri sono emblematici: secondo Cribis, meno di un’impresa italiana su due paga puntualmente, e chi ha una partita IVA, senza un ufficio legale alle spalle, è spesso l’anello più esposto della filiera.
Una fattura non pagata, del resto, non è solo un promemoria contabile ma, anzi, può diventare un credito da recuperare, con interessi, solleciti formali, decreto ingiuntivo ed eventuale esecuzione forzata. Ancora oggi il punto centrale resta distinguere tra semplice ritardo, contestazione fondata e insolvenza: da questa distinzione dipendono tempi, costi e strumenti da usare. Ecco cosa prevede la legge italiana, cosa può fare chi ha emesso la fattura e quando è possibile correggerla. E poi, fuori dai codici, cosa racconta chi vive lo stesso problema dall’altra parte dell’Atlantico.
Cosa succede se una fattura non viene pagata?
Se una fattura scade e non viene saldata, il creditore può sollecitare il pagamento, mettere formalmente in mora il debitore, applicare gli interessi dovuti e, se il credito è documentato, chiedere al giudice un decreto ingiuntivo. L’articolo 633 del codice di procedura civile consente l’ingiunzione per somme liquide di denaro quando il diritto è provato per iscritto. E la fattura elettronica ha un peso preciso: il secondo comma dell’articolo 634 riconosce come prova scritta idonea, per i crediti relativi a somministrazioni di merci o denaro e a prestazioni di servizi di imprenditori e lavoratori autonomi, anche le fatture elettroniche trasmesse tramite Sistema di Interscambio (SdI).
Il mancato pagamento, però, non rende automaticamente “colpevole” il debitore. Può esserci un errore nella fattura, una prestazione non eseguita, una contestazione sul prezzo o una scadenza non ancora maturata. Per questo, prima di agire, conviene mettere in fila contratto, ordine, preventivo accettato, prove di consegna, PEC, condizioni generali e tracciabilità dei rapporti.
Termini di pagamento e interessi: le regole aggiornate
Partiamo dal tempo. Nelle transazioni commerciali il D.Lgs. 231/2002 fissa in 30 giorni il termine ordinario di pagamento. Le parti possono pattuire fino a 60 giorni e, oltre, solo con un accordo espresso e non gravemente iniquo per il creditore. Per chi lavora in proprio senza essere imprenditore c’è poi una tagliola in più: la legge 81/2017, all’articolo 3, considera abusive e prive di effetto le clausole che prevedono pagamenti oltre i 60 giorni dal ricevimento della fattura.
Sugli interessi, invece, il 2026 impone di distinguere. Per i rapporti civili ordinari il saggio legale è fissato all’1,60% annuo dal 1° gennaio 2026 (decreto MEF del 10 dicembre 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 13 dicembre). Nelle transazioni commerciali si applica il D.Lgs. 231/2002: il tasso di riferimento BCE è stato del 2,15% nel primo semestre e del 2,40% dal 1° luglio 2026, a cui vanno sommati 8 punti percentuali. Risultato: 10,15% fino al 30 giugno, 10,40% dal 1° luglio al 31 dicembre 2026. A questo si aggiunge un indennizzo forfettario di 40 euro per i costi di recupero, salvo prova di spese maggiori.
Un esempio pratico, portato fino in fondo. Una fattura da 3.000 euro scade il 1° luglio e viene pagata il 14 settembre: 75 giorni di ritardo. Con gli interessi commerciali al 10,40% il conto è di circa 64 euro, che con i 40 euro di indennizzo diventano poco più di 104 euro. Con il solo saggio legale dell’1,60% gli interessi sarebbero ammontati a meno di 10 euro. Sembrano cifre da spiccioli, e in effetti lo sono. Ma il calcolo cambia, e parecchio, quando le fatture sono molte o i ritardi durano mesi.
Quanto pagano (e quanto ritardano) le imprese italiane
Il contesto, del resto, non aiuta. Secondo lo Studio Pagamenti di Cribis (gruppo Crif) di luglio 2026, solo il 42% delle imprese italiane paga puntualmente, in calo di due punti su base annua, e il 4,4% accumula ritardi gravi, oltre i 90 giorni.
Nella classifica europea del Payment Study 2026 l’Italia scivola al 21° posto, dal 16° del 2024. Tradotto: chi emette fatture deve mettere nel conto che il bonifico, con buona probabilità, arriverà dopo la scadenza.
Il percorso pratico di recupero
Il recupero di una fattura insoluta dovrebbe seguire una progressione ordinata. Agire subito in giudizio può essere eccessivo se il ritardo è minimo. Aspettare troppo, invece, aumenta il rischio di prescrizione, irreperibilità del debitore o perdita di documenti. Ma qual è la sequenza “più razionale”?
- Controllo interno: verifica di scadenza, importo, IBAN, eventuali note di credito, pagamenti parziali e dati del cliente.
- Sollecito bonario: promemoria chiaro, con numero di fattura, importo e nuova data entro cui pagare.
- Messa in mora: PEC o raccomandata, indicando capitale, interessi, termine finale e conseguenze del mancato pagamento.
- Valutazione delle prove: contratto, ordine, consegna, corrispondenza, estratti contabili e fattura elettronica.
- Azione giudiziale: se il debitore non paga né contesta in modo serio, si valuta il ricorso per decreto ingiuntivo.
Questa struttura aiuta anche quando il debitore propone un piano di rientro. In quel caso è utile formalizzare importi, scadenze, decadenza dal beneficio del termine e modalità di pagamento, evitando accordi verbali difficili da provare.
Come funziona il decreto ingiuntivo per fattura non pagata
Il decreto ingiuntivo è il provvedimento con cui il giudice ordina al debitore di pagare una somma quando il creditore presenta una prova scritta del credito. L’articolo 641 c.p.c. prevede che, se ricorrono le condizioni dell’articolo 633, il giudice ingiunga il pagamento entro 40 giorni dalla notificazione del decreto, avvertendo che, in mancanza di opposizione, si procederà a esecuzione forzata. Il termine può essere ridotto fino a 10 giorni o allungato fino a 60 per giusti motivi.
Se il debitore non si oppone entro quel termine, che è perentorio, il giudice dichiara il decreto esecutivo su richiesta del creditore, con l’efficacia di una sentenza definitiva (articolo 647). A quel punto si può notificare il precetto e, se il pagamento non arriva, avviare pignoramento di conto corrente, stipendio, crediti verso terzi o beni, nei limiti di legge. Se invece il debitore propone opposizione, l’articolo 645 stabilisce che il giudizio prosegue davanti all’ufficio giudiziario che ha emesso il decreto, trasformandosi in una causa ordinaria.
E i tempi dei tribunali? Per una volta la fotografia è meno cupa del solito. Secondo l’ISTAT, che il 31 agosto 2026 ha pubblicato l’analisi sui flussi del contenzioso civile, il disposition time è calato del 50,2% rispetto al 2019, oltre l’obiettivo del 40% fissato dal PNRR: nei tribunali si passa da 556 a 291 giorni. Restano differenze territoriali, con sette tribunali e due corti d’appello ancora peggio del 2019. Meglio, insomma, ma non abbastanza da rendere il decreto ingiuntivo una passeggiata.
Annullare o correggere una fattura emessa non pagata
“Annullare una fattura emessa e non pagata” è una formula comune, ma tecnicamente va maneggiata con cura. Una fattura elettronica già trasmessa allo SdI non si cancella perché il cliente non paga. Se l’operazione è inesistente, errata, ridotta, risolta o oggetto di storno, si valuta l’emissione di una nota di credito secondo l’articolo 26 del DPR 633/1972. Se invece la prestazione è corretta ma il cliente non salda, la fattura resta valida e il problema è il recupero del credito.
La nota di variazione per recuperare l’IVA, infatti, non scatta per il semplice mancato pagamento: serve una procedura concorsuale, un accordo di ristrutturazione dei debiti o un’esecuzione individuale rimasta infruttuosa. E per le procedure avviate dopo il 26 maggio 2021 si può emettere già dalla data di apertura, senza attendere la conclusione. Improvvisare note di credito per “cancellare” crediti ancora esistenti, insomma, è una scorciatoia che si paga.
E nella pratica? Tutto il mondo è Paese
Fin qui la teoria, con i suoi articoli e le sue percentuali. Poi c’è la pratica, che ha una caratteristica curiosa: cambia poco da un Paese all’altro. Le leggi variano, i codici si scrivono in lingue diverse, ma il copione con il cliente che paga tardi si ripete quasi identico: la fattura che resta ferma da un ufficio all’altro, il committente che scarica sul proprio cliente il ritardo. Lo racconta bene chi lavora sul mercato americano.
Il caso di Lisa Horwich: 45 giorni pattuiti, quasi 120 incassati
Lisa Horwich lavora come consulente indipendente con Pallas Research Associates, società di ricerca qualitativa specializzata nel settore tecnologico B2B, ed è stata presidente di QRCA per il mandato 2025-2026. Il tema dei termini di pagamento, racconta, è per i colleghi un argomento di discussione continua. Personalmente viene pagata, di norma, entro i tempi dello Statement of Work, 30 o 45 giorni. Tranne una volta, come raccolta lei stessa a Money.it.
“Ho avuto un caso in cui i termini erano di 45 giorni e non sono stata pagata fino a quasi 120. Presumibilmente il cliente finale era un pagatore lento (lavoravo tramite un’agenzia), cosa che non dovrebbe contare per consulenti ed esperti come me.”
Il meccanismo è quello della filiera di committenti, comune anche in Italia: il professionista lavora per un’agenzia, l’agenzia per un cliente, e il ritardo dell’ultimo anello scivola a cascata su tutti gli altri. Cosa ha cambiato Horwich? L’agenzia è scesa molto in basso nella lista delle sue priorità e, se accetta un progetto con loro, pretende il 50% in anticipo.
Non è un caso isolato, sostiene. Molti soci della sua associazione hanno avuto problemi ricorrenti con un’altra società, nota nel settore. La regola diffusa tra i consulenti è chiedere la metà all’inizio, e c’è chi rifiuta di partire finché l’acconto non arriva. Eppure, dice Horwich, la maggior parte rimpiange comunque di aver accettato il lavoro, perché il saldo non arriva in tempo. La risposta dell’associazione è stata netta:
“Come associazione, abbiamo vietato a quella società di sponsorizzare le nostre conferenze perché viola il nostro codice etico e danneggia i nostri soci.”
Traduzione per chi lavora in Italia: nessuna legge, nazionale o europea, evita da sola di finire nella coda dei pagamenti. Restano due leve, entrambe contrattuali. La prima è il tempo: termini brevi, o comunque non oltre i 60 giorni, che per molti autonomi non sono solo una buona pratica ma un limite di legge. La seconda è il denaro anticipato: acconto alla firma e fatturazione a stato di avanzamento, che trasformano un credito unico e rischioso in tante piccole esposizioni. Su come si costruisce una tariffa che regga anche i ritardi, vale la pena conoscere anche il rapporto dei guadagni tra dipendente e partita IVA; perché un freelance non avrà uno stipendio fisso ma comunque dovrà pur pagare le bollette in qualche modo.
Come evitare errori (o limitarli il più possibile)
L’errore più frequente è avere una fattura ma non le prove della prestazione. In mezzo, un’abitudine che l’esperienza di Horwich conferma: scegliere i clienti conta quanto scegliere le tariffe. Servono documenti conservati, PEC o canali tracciabili, interessi calcolati sul regime giusto e una distinzione onesta tra contestazioni reali e semplici difficoltà di liquidità.
Quando gli importi sono rilevanti, c’è un decreto ingiuntivo da chiedere o il rapporto è complesso, il confronto con un professionista evita scelte costose e termini persi.
Domande frequenti sulla fattura non pagata
Dopo quanti giorni una fattura si considera scaduta?
- Dipende dal contratto. Nelle transazioni commerciali il termine ordinario è di 30 giorni, prorogabile per accordo fino a 60. Oltre, serve un accordo espresso non gravemente iniquo e, per molti lavoratori autonomi, la clausola oltre i 60 giorni è abusiva.
Quali interessi si applicano nel 2026?
- Nelle transazioni commerciali il tasso è pari al riferimento BCE più 8 punti: 10,15% nel primo semestre 2026, 10,40% dal 1° luglio. Per i rapporti civili ordinari il saggio legale è dell’1,60%.
In quanti giorni il debitore può opporsi al decreto ingiuntivo?
- In 40 giorni dalla notificazione, termine perentorio. Se non si oppone, il decreto può essere dichiarato esecutivo e si può procedere con precetto e pignoramento.
Si può annullare una fattura solo perché il cliente non paga?
- No. Il mancato pagamento non basta: la nota di variazione IVA è ammessa solo in casi specifici, come procedure concorsuali o esecuzioni infruttuose. Se la fattura è corretta, resta valida e il credito va recuperato.