Extraprofitti, le banche non vincono per bravura: è la politica monetaria a decidere chi guadagna

Guido Salerno Aletta

28 Ottobre 2025 - 06:47

Dai mini-rendimenti agli extra-profitti, il sistema bancario è prigioniero delle scelte delle banche centrali: prima ha pagato il prezzo dei tassi zero, ora incassa grazie a quelli alti.

Extraprofitti, le banche non vincono per bravura: è la politica monetaria a decidere chi guadagna

Si sta discutendo, in Italia, sul “contributo fiscale straordinario” di 4 miliardi di euro, che è concordato tra il governo e le banche nell’ambito della manovra di bilancio per il 2026: si tratterebbe di una misura equitativa, in considerazione della entità altrettanto straordinaria dei profitti che si aggirerebbero attorno ai 44 miliardi di euro.

C’è chi sostiene che si tratta di un obolo davvero misero, e chi al contrario ritiene che si tratti di una sorta di vessazione.
E’ il caso di fare luce su una problematica che è assai più complessa: le banche, non solo in Italia, sono lo strumento di propagazione della politica monetaria, espansiva e restrittiva, convenzionale e non, sia nel bene che nel male. Magari, hanno ancora a bilancio ingentissime “perdite non contabilizzate”, perché detengono “fino a scadenza” i titoli a lunga scadenza che fino a qualche anno fa venivano emessi prevedendo rendimenti nominali addirittura negativi.

Se l’inflazione è la più ingiusta delle tasse, perché falcidia il risparmio, in realtà sono le politiche monetarie a rappresentare ormai il più ingiusto dei rimedi all’inflazione da una parte ed al pericolo di deflazione dall’altra.
In questi anni è successo di tutto.
Dopo il fallimento della Lehman Brothers nel 2008, per contrastare la crisi di fiducia sul mercato interbancario e finanziario c’è stata una immissione straordinaria di liquidità “in via definitiva” da parte della Fed, i Quantitative Easing (QE) che consistono nell’acquisto di titoli federali o garantiti dal Tesoro; a partire dal 2012, è stato fatto lo stesso nell’Eurozona da parte della Bce per contrastare la tendenza alla deflazione dei prezzi che era stata determinata su scala continentale dalla politica fiscale draconiana derivante dal Fiscal Compact.

Queste decisioni di politica monetaria “non convenzionale” hanno creato distorsioni profondissime nel sistema del credito e della finanza: da una parte, infatti sono stati azzerati i tassi di interesse sui depositi di conto corrente e dall’altro è stata fatta precipitare ad un livello spesso negativo anche la remunerazione dei bond che venivano emessi da prenditori pubblici e privati: col risultato assurdo, paradossale, e senza alcun precedente storico, di dover spesso rimborsare agli investitori un ammontare inferiore a quello ricevuto da loro.

I danni, in termini di funzionalità e di redditività del sistema bancario, sono stati enormi, ma nessuno se ne è preoccupato.
Tutti oggi si lamentano invece dei extra-profitti delle banche, che sono stati determinati dalle politiche monetarie restrittive adottate a partire dalla metà del 2021 dalle Banche centrali per combattere con un drastico aumento dei tassi di interesse il violentissimo fenomeno inflazionistico in atto. Un fenomeno, quest’ultimo, difficilmente inquadrabile negli schemi classici di inflazione “da domanda” o “da costi”: verosimilmente ha avuto una matrice speculativa sui mercati internazionali di merci a termine, alimentata dall’enorme massa monetaria immessa in precedenza dalle stesse Banche centrali. Ma nessuno ne ha la prova.

Le conseguenze di queste ultime politiche monetarie restrittive sono state socialmente, economicamente e politicamente pesantissime. Anche se, in teoria, l’aumento dei tassi di interesse serve solo a scoraggiare la sottoscrizione di “nuovo” debito e quindi a rallentare la dinamica economica che è stata surriscaldata da una eccessiva domanda che si scarica sui prezzi, facendoli lievitare, in realtà la decisione di aumentare il tasso ufficiale di rifinanziamento presso la Banca centrale agisce praticamente su tutto il volume di credito in essere e sui rinnovi, come nel debito pubblico.

Va fatta eccezione per i mutui contratti a tasso fisso: per tutto il resto, è più costoso il servizio di tutto il debito già in essere.
La politica monetaria non è mai neutrale: quando è stata fortemente espansiva per contrastare la sfiducia nelle controparti e la tendenza alla deflazione dei prezzi, ha impoverito i risparmiatori, i depositanti, gli investitori e gli stessi banchieri; quando è diventata violentemente restrittiva per contrastare una fiammata inflazionistica di origine ancora poco chiara, ha consentito al sistema bancario di aumentare enormemente i propri margini.
Le banche fanno più utili solo perché fanno pagare più caro il denaro prestato; e, d’altra parte, quando devono rifinanziarsi presso la Banca centrale, che si tratti della Fed o della Bce, lo pagano più caro. E se l’inflazione cala, è solo perché ci sono meno soldi in giro: la spesa pubblica deve fare i conti con l’aumento dei tassi di interesse; le famiglie devono ridurre gli acquisti perché una quota maggiore dei loro redditi serve per pagare i debiti.

In fondo, il “contributo straordinario” richiesto alle banche per finanziare il bilancio per il 2026 non è dunque altro che una minima parte del maggior costo degli interessi pagati dalle famiglie e dalle imprese sui prestiti: viene restituito con la spesa pubblica, secondo criteri politici. Sono soldi che difficilmente torneranno indietro, nelle stesse tasche di chi ha pagato.