Negli ultimi anni gli ETF hanno progressivamente conquistato un posto di rilievo nelle scelte dei risparmiatori e degli investitori. Il loro successo si spiega non solo con i costi di gestione estremamente ridotti, spesso prossimi allo zero e in ogni caso molto più competitivi rispetto ai fondi comuni a gestione attiva, ma anche con alcune caratteristiche tecniche che ne rafforzano l’efficacia e li rendono strumenti sempre più apprezzati.
Tuttavia, l’analisi dei diversi contesti di mercato mostra come gli ETF (Exchange Traded Fund) — e, in generale, la gestione passiva — tendano a funzionare meglio in scenari caratterizzati da elevata efficienza, mentre risultano meno performanti in condizioni diverse. A conferma di questo aspetto, un recente report di Morningstar, l’European Active/Passive Barometer, evidenzia diversi mercati in cui la gestione attiva si è rivelata più redditizia della controparte passiva.
ETF ancora vincente nel 2025: i fondi attivi arrancano
Anche nel corso di quest’anno la gestione passiva si è confermata, per la maggior parte dei risparmiatori e degli investitori, come una scelta vincente. Lo dimostra il recente report di Morningstar, l’European Active/Passive Barometer, un’analisi che mette a confronto la performance dei fondi a gestione attiva con quella degli strumenti passivi nelle principali categorie di riferimento dei mercati europei, asiatici e africani. Secondo i dati relativi al primo semestre del 2025, soltanto il 29% dei fondi attivi è riuscito a superare il proprio benchmark di riferimento a un anno. Un risultato piuttosto deludente, soprattutto se si considera il contesto in cui si è verificato: un periodo caratterizzato da forte volatilità, in larga parte innescata dal cosiddetto Liberation Day, ossia l’annuncio da parte di Donald Trump dell’introduzione di nuovi dazi commerciali a livello globale.
Si tratta di uno scenario che, almeno in teoria, avrebbe dovuto favorire i gestori attivi, i quali, a differenza della gestione passiva, hanno la possibilità di adottare strategie flessibili e difensive per ridurre l’impatto dei crolli di mercato e contenere l’eccessiva volatilità. Eppure, i dati dimostrano che ciò non è avvenuto: più di due fondi attivi su tre non sono riusciti a proteggersi né tantomeno a battere gli indici di riferimento, confermando ancora una volta la solidità della gestione passiva anche in condizioni di mercato complesse e turbolente.
Tuttavia, questa regola generale non deve essere interpretata come assoluta. Esistono infatti eccezioni di rilievo, legate a specifici mercati o a particolari segmenti nei quali la gestione attiva continua a dimostrarsi capace di generare valore aggiunto. In questi contesti, caratterizzati spesso da inefficienze informative, da dinamiche locali peculiari o da un numero limitato di società quotate, il lavoro analitico del gestore e la selezione attenta dei titoli possono ancora rappresentare un vantaggio competitivo rispetto alla pura replica degli indici.
Fondi attivi obbligazionari: oltre il 50% ha battuto l’ETF
Come già accennato, esistono alcuni contesti di mercato in cui la gestione attiva riesce ancora a dimostrare la propria utilità e a generare valore per gli investitori. Lo stesso report di Morningstar conferma come i tassi di successo dei gestori attivi siano decisamente migliori nel comparto obbligazionario rispetto ad altre asset class. Analizzando i dati aggiornati a giugno 2025, emerge infatti che, a un anno, il 50,1% dei fondi obbligazionari attivi è riuscito a battere il proprio benchmark di riferimento.
Il risultato diventa ancora più interessante se si restringe lo sguardo all’obbligazionario globale. In questo caso, il tasso di successo dei gestori attivi sale addirittura al 69,8%, un dato significativo che evidenzia la capacità dei gestori di sfruttare le inefficienze del mercato e, in particolare, di beneficiare delle dinamiche valutarie. La fase recente di debolezza del dollaro USA, infatti, ha favorito movimenti relativi che la gestione passiva, per sua natura, non è in grado di intercettare in modo mirato.
In conclusione, se da un lato i numeri confermano la superiorità media della gestione passiva soprattutto nei mercati azionari sviluppati ed efficienti, dall’altro mostrano come la gestione attiva continui ad avere spazi di valore, in particolare all’interno dell’universo obbligazionario e in contesti dove la complessità dei fattori in gioco richiede un approccio più dinamico e selettivo. Per gli investitori, ciò significa che una corretta allocazione non dovrebbe escludere a priori la gestione attiva, ma piuttosto considerarla come uno strumento complementare, da utilizzare laddove esistono le condizioni per esprimere un reale vantaggio competitivo.