L’intelligenza artificiale è ancora la grande protagonista dei mercati finanziari, ma in questo 2026 non è più (solo) l’euforia il sentimento dominante.
L’intelligenza artificiale è passata da essere moda, trend trainante ogni settore legato all’hardware e agli algoritmi a divenire un ciclone profondamente trasformativo da cui interi comparti dipendono per il futuro. E così, mentre a Wall Street vola l’indice delle aziende energetiche (su di oltre il 20% da inizio anno) e quello delle utilities (10% da gennaio), ci sono settori a rischio di grandi impatti che sono stati terremotati.
Un caso emblematico è quello del software, che ha subito due tracolli per la prospettiva che le aziende diventino decotte per le applicazioni disintermediate dei colossi IA, soprattutto il sistema Claude di Anthropic. L’indice software perde oltre il 24% da inizio anno, con storici protagonisti come Intuit e Gartner in calo di quasi il 40%.
Il premio Nobel per l’Economia Philippe Aghion l’ha anticipato nel suo saggio del 2021 «Il potere della distruzione creatrice: Innovazione, crescita e futuro del capitalismo», sottolineando che l’intelligenza artificiale avrebbe posto di fronte a trasformazioni esistenziali del sistema economico, sulla scia delle grandi rivoluzioni industriali del Novecento ma con ritmi di applicazione accelerati e tempi compressi. Ora arriva l’ora della verità. Citrini Research ha pubblicato un’ampia ricercache prospetta una simulazione da qui al giugno 2028 con l’emergere di una vera e propria catastrofe occupazionale nei settori dei servizi: “Ogni dollaro risparmiato sul personale è confluito in capacità di intelligenza artificiale che hanno reso possibile la successiva tornata di tagli al personale”, scrive il documento con toni futuristici, prevedendo che a essere travolte saranno “tutte le aziende con una struttura di costi basata sui colletti bianchi”. Uno scenario-limite ma che dà una traccia di come potrebbe evolvere il mercato dell’Ia, premiando nel prossimo futuro chi saprà garantire servizi efficienti e scalabili al mercato di massa. In quest’ottica, al netto della rimonta di Google, che con Gemini procede gradualmente non dovendo dipendere dall’IA per cash flow già garantiti dall’attività ordinaria, è proprio Claude di Anthropic il campione da tenere d’occhio.
L’azienda fondata dall’italo-americano Dario Amodei governa un sistema di IA scalabile e tecnica, che sembra l’ideale concretizzazione di quanto Citrini Research manifesta: una disintermediazione di massa, dalle assicurazioni alla logistica, dai software ai servizi legali, passando per tutto ciò che, appunto, è “colletto bianco”. Dunque, Anthropic mette la freccia sul suo rivale numero uno, Open AI, ed è possibile che Amodei batta in volata Sam Altman nel novero della corsa alla prima quotazioni degli operatori IA, in un contesto che vedrà le IPO spostare le aspettative da una generica euforia a una maggiore concretezza. E nel contempo, gli operatori borsistici vendono interi comparti sulla scorta del pensiero di “distruzione creatrice”, ma è pur vero che gli attuali tracolli scontano anche un effetto-panico perché, nota il Financial Times, esiste la possibilità che “le vendite improvvise sono un sintomo del fatto che gli investitori si sono riversati in settori che non comprendevano appieno e hanno poi reagito in modo eccessivo alle previsioni di rivoluzione dell’intelligenza artificiale”.
Fondi estremamente fissati sulla gestione passiva e con in mano i colossali gestori di ETF che vendono interi “pacchi” di azioni di fronte alle notizie creano, e spesso anticipano, la concretizzazione dei trend della rivoluzione dell’IA. Segno, sicuramente, del problema del costo eccessivo dei mercati e dell’eccessivo peso finanziario del sistema. Ma anche del fatto che se fino ad ora, parafrasando Karl Marx, il mondo degli affari ha cercato di capire l’IA ora intende vedere come trasformarla in fonte di profitti concreti. E capire chi saranno vincitori e vinti di tale processo.