Erdogan fra «teorema Valpreda», spettro del golpe e quelle condoglianze rifiutate

Mauro Bottarelli

14/11/2022

15/11/2022 - 09:47

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L’arresto lampo della terrorista curdo-siriana nasconde una pericolosa lotta intestina fra corpi intermedi dello Stato in vista delle elezioni generali di giugno. Fra equilibri Nato e nuove alleanze

Erdogan fra «teorema Valpreda», spettro del golpe e quelle condoglianze rifiutate

Missione compiuta. Chiunque abbia organizzato l’attentato rudimentale di Istanbul, infatti, aveva in mente soltanto una finalità: garantirsi che Recep Erdogan salisse sull’aereo che lo portava al G-20 di Bali con bene in mente i fantasmi del golpe dell’agosto 2016. La dinamica dell’accaduto, infatti, esclude una grande organizzazione. E l’arresto-lampo della terrorista curdo-siriana si configura immediatamente come un sorta di teorema Valpreda del Bosforo, un agire in base alla logica cotto e mangiato del capro espiatorio.

Chiunque conosca la storia dell’Irlanda del Nord, ad esempio, sa che quando l’Ira necessitava di una risposta rapida all’esercito britannico e i tempi non consentivano di organizzare un’autobomba, l’opzione preferita era appunto colpire obiettivi civili frequentati da militari e poliziotti come i bar e i pub, abbandonando al loro interno una borsa carica di esplosivo e mimetizzandosi nel caos delle ordinazioni. Il restare impalata in favore di telecamera della presunta terrorista subito prima e dopo lo scoppio, poi, tradisce un’impreparazione assoluta.

Cui prodest, però, questo messaggio, questo recapitare un memo relativo al tintinnar di sciabole sempre presente nel Paese? Proprio la lotta intestina che sta divorando in maniera sempre più feroce i corpi intermedi dello Stato turco, fra esercito che opera da storico bastione della laicità dello Stato e forze di polizia e di intelligence fortemente permeabili a pulsioni confessionali. Nel mezzo, l’ambivalenza storica della presidenza Erdogan, capace di conciliare l’appartenenza alla Nato con spericolate collaborazioni militari con la Russia. Sullo fondo, le elezioni generali del prossimo 18 giugno. Nel centenario della nascita della Turchia moderna come delineata dal Trattato di Losanna. Presidenziali e legislative assieme. In piena deriva weimariana dell’inflazione e con un quadro geopolitico mondiale esplosivo.

E in tal senso va letta la clamorosa dichiarazione del ministero degli Esteri turco,

il quale ha respinto al mittente in maniera decisamente irrituale e brusca le condoglianze degli Stati Uniti per l’attentato di ieri, di fatto lasciando intendere come Ankara non possa ritenere sincera quella vicinanza, stante il finanziamento delle milizie curde operato dal governo statunitense. Di fatto, il medesimo busillis che vide Recep Erdogan porre il veto in prima istanza all’ingresso nella Nato di Finlandia e Svezia, nazioni ritenute colpevoli di garantire asilo ai miliziani del PKK.

La Turchia sta politicamente giocando una partita a scacchi con la morte, molto simile a quella de Il settimo sigillo. Perché la polarizzazione generata dal conflitto ucraino oggi non consente più atteggiamenti da piede in due scarpe come quelli tenuti finora da Ankara. Joe Biden sa che la Turchia rappresenta la pietra angolare per tentare di indebolire la nuova santa alleanza geopolitica tra Cina, Russia e Iran, nata proprio con la collaborazione delle tre forze nel sostegno al regime siriano di Bashar al-Assad contro l’Isis. Ma anche contro gli Usa e i loro alleati, Israele in testa. Ma anche la stessa Turchia, intenzionata a sfruttare il caos generato dallo Stato islamico nelle aree di confine per chiudere i conti con la guerriglia curda.

Nel frattempo, però, Ankara ha non poco implementato gli ambiti di cooperazione con quei tre Stati canaglia, sia a livello militare che soprattutto energetico. Il tutto restando saldamente in ambito Nato. E non disdegnando incursioni destabilizzanti nella politica europea, forte del suo ricatto legato ai flussi migratori attraverso la rotta balcanica. Quei giorni di rendita di posizione geopolitica paiono finiti. O, quantomeno, appare palesemente scattato il loro conto alla rovescia con data di scadenza finale fissata proprio al 18 giugno 2023. E quell’attacco limitato negli effetti di devastazione ma efficacissimo a livello di segnale politico sembra confermarlo. Offrendo un inquietante déjà vu dell’agosto 2016.

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