Elon Musk chiede fino a 134 miliardi di dollari a OpenAI e Microsoft. Al centro della causa il suo ruolo alle origini di OpenAI e le conseguenze economiche dello sviluppo della società di Sam Altman.
Elon Musk alza il tiro nella battaglia legale contro OpenAI e Microsoft e chiede fino a 134 miliardi di dollari complessivi. Il miliardario sostiene di avere diritto a una quota dell’arricchimento che le due società avrebbero ottenuto grazie al suo contributo iniziale alla fondazione della società proprietaria di ChatGPT.
La richiesta del CEO di Tesla e SpaceX emerge da documenti depositati presso un tribunale federale della California in vista del processo con giuria previsto per aprile. Secondo quanto riportato negli atti giudiziari, Musk rivendica un risarcimento compreso tra 65,5 e 109,4 miliardi di dollari da OpenAI e tra 13,3 e 25,1 miliardi di dollari da Microsoft, principale partner e investitore del gruppo.
Musk afferma di aver contribuito con circa 38 milioni di dollari, pari a circa il 60% dei finanziamenti seed iniziali, oltre ad aver messo a disposizione la sua reputazione, le competenze sullo scaling delle imprese tecnologiche e una rete di contatti decisiva per attrarre talenti e credibilità. “Senza Elon Musk non ci sarebbe OpenAI”, ha dichiarato Steven Molo, il suo avvocato principale.
I “profitti illeciti” e l’abbandono della missione non profit di OpenAI
La quantificazione del danno è stata elaborata dall’economista finanziario C. Paul Wazzan, indicato negli atti come un esperto con decenni di esperienza accademica e professionale. Secondo Wazzan, Musk avrebbe diritto a una quota del valore attuale di OpenAI, che nei documenti viene stimato intorno ai 500 miliardi di dollari, una cifra che riflette le aspettative di mercato sul potenziale dell’intelligenza artificiale generativa.
L’argomentazione legale è chiara. Come accade spesso nelle startup di successo, un investitore iniziale può ottenere ritorni di gran lunga superiori al capitale versato. Musk sostiene che i guadagni realizzati da OpenAI e Microsoft sarebbero “ingiusti” perché derivanti da una deviazione rispetto all’originaria missione non profit dell’organizzazione e, per questo motivo, tali benefici dovrebbero ora essergli “restituiti” attraverso un meccanismo di restituzione dei profitti.
Musk accusa la società guidata da Sam Altman di aver tradito lo scopo per cui è stata fondata, ovvero sviluppare intelligenza artificiale a beneficio dell’umanità, scegliendo invece una ristrutturazione orientata al profitto e sempre più funzionale agli interessi di Microsoft. Secondo la tesi dell’imprenditore, ChatGPT e le altre tecnologie chiave sarebbero il risultato di un percorso che ha snaturato l’impegno originario verso la ricerca aperta e il controllo dei rischi dell’AI avanzata. C’è poi l’aspetto competitivo: Musk, che ha lasciato OpenAI nel 2018, oggi guida xAI, società fondata nel 2023 e sviluppatrice del chatbot Grok, diretto concorrente di ChatGPT.
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La risposta di OpenAI e Microsoft
OpenAI ha respinto con forza le accuse, definendo la richiesta di Musk “non seria” e parte di una più ampia “campagna di molestie”. In una nota e in un post pubblico intitolato “The truth Elon left out” (“la verità omessa da Elon”), la società sostiene che l’imprenditore stia distorcendo il contenuto dei documenti giudiziari per rallentare il lavoro dell’organizzazione a vantaggio della sua azienda rivale.
Tra le altre accuse, la società di Altman sostiene che Musk avrebbe in passato cercato, senza successo, di ottenere il controllo totale della società e ne sarebbe rimasto scottato. Microsoft, dal canto suo, non ha commentato nel merito della cifra richiesta, ma in un atto separato ha negato di aver “favorito o incoraggiato” eventuali violazioni da parte di OpenAI.
OpenAI e Microsoft hanno chiesto al giudice di limitare o escludere le analisi dell’esperto di Musk, definendole “inverificabili”, “senza precedenti” e potenzialmente fuorvianti per la giuria. Secondo le aziende, il metodo utilizzato per stimare i danni sarebbe poco affidabile e implicherebbe un trasferimento “implausibile” di decine di miliardi da un’organizzazione non profit a un ex donatore diventato concorrente.
Se la giuria dovesse invece dare ragione a Musk, il miliardario potrebbe chiedere anche danni punitivi e altre sanzioni, inclusa una possibile ingiunzione, i cui contorni restano però indefiniti.
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