Economia globale: cambia tutto, cosa succede in 4 grafici

Violetta Silvestri

12/03/2023

L’economia globale mostra segni di cambiamento epocali: cosa succede e cosa sta mutando nel commercio, nell’industria, negli scambi di materie prime? I temi in focus che interessano anche l’Italia.

Economia globale: cambia tutto, cosa succede in 4 grafici

Non solo la rivoluzione energetica: l’economia globale sta cambiando poiché si fanno spazio nuove alleanze, nuovi conflitti, nuovi bisogni industriali e commerciali.

Cosa succede alle potenze mondiali e quali sono i temi scottanti nell’ambito economico? Diverse le sfide in corso: dall’industria green alle materie prime per la transizione energetica fino alla battaglia commerciale Usa-Cina su chip e non solo, i mutamenti sono molti ed epocali.

Tutti, Europa e Italia in primis, sono coinvolti in queste dinamiche economiche. Cosa succede all’economia globale e perché ci interessa? Un’analisi in 4 grafici.

1. Chip: tutti contro la Cina

La guerra dei chip, ovvero della tecnologia più avanzata e ricercata nell’industria all’avanguardia dei prossimi anni, non coinvolge solo Cina e Stati Uniti.

La volontà di Washington di allargare il fronte anti-dragone e costruire un’alleanza che indebolisca Pechino in questo settore strategico ha fatto centro coinvolgendo l’Olanda. Il governo olandese ha confermato per la prima volta che imporrà nuovi controlli sulle esportazioni di apparecchiature per la produzione di microchip, cedendo alle pressioni di Biden per bloccare la vendita di alcune delle sue preziose macchine per la stampa di semiconduttori alla Cina.

Gli Stati Uniti e i Paesi Bassi hanno raggiunto un accordo per introdurre nuove restrizioni all’esportazione di tecnologia avanzata dei chip in Cina alla fine di gennaio, ma finora il governo olandese non si era espresso pubblicamente in merito. L’accordo, che comprendeva anche il Giappone, coinvolge gli unici tre paesi che ospitano produttori di macchine avanzate per la stampa di microchip.

Sebbene il dragone non sia nominato esplicitamente nella lettera di Schreinemacher, ministro olandese, la nuova politica è mirata a bloccare gli sforzi cinesi per superare Stati Uniti e altri come Taiwan, Corea del Sud, Giappone e paesi europei leader nella catena di fornitura globale di microchip.

Le nuove restrizioni all’esportazione infliggono, ovviamente, un duro colpo ad ASML, leader mondiale nella produzione di macchine per la stampa di microchip avanzate con sede a Veldhoven, nel sud dei Paesi Bassi.

Un grafico ISPI mostra l’importanza strategica del gigante tecnologico e la sua quota di vendite attuali in Cina:

ASML: dove esporta il gigante olandese dei chip ASML: dove esporta il gigante olandese dei chip In Cina per il 14%

La mossa olandese non è di poco conto e gli analisti Ispi lo hanno spiegato molto chiaramente: “Chi invece non è in grado di fabbricare (almeno per ora) i macchinari per la produzione dei microchip più avanzati è la Cina, che deve importarli dai leader nel settore. Un punto debole nella catena di produzione cinese che Washington ha saputo sfruttare per provare a congelare l’avanzamento tecnologico di Pechino a processi a 14/16 nanometri (mentre l’americana Intel ha annunciato pochi giorni fa lo sviluppo di nodi da 1,8 nanometri).”

Queste limitazioni funzioneranno nell’ottica di indebolire la Cina? Restano incertezze, mentre è più sicuro che ci sarà un libero mercato sempre più ristretto da posizioni politiche nazionalistiche e avversità geopolitiche. Con tutti i rischi che ne possono conseguire negli approvvigionamenti, anche per l’Europa (e quindi l’Italia).

2. Ue e la crisi dell’industria delle automobili

L’Europa è in crisi sulla scelta dello stop ai motori inquinanti per le nuove automobili a partire dal 2035 e, infatti, l’approvazione di tale proposta già accordata dal Parlamento Ue è andata in stallo.

Tutto il sistema industriale dell’automotive è coinvolto nel cambiamento che sta innescando dibattiti, critiche riflessioni sull’opportunità economica. Con l’Italia in prima fila sul fronte del no, la Germania titubante poiché i liberali al Governo vogliono la garanzia di poter utilizzare anche carburanti sintetici, i grandi timori sono su come affrontare la transizione di un settore che, soprattutto in Europa dell’Est, impiega una quota rilevante di lavoratori.

Il grafico Ispi è eloquente al riguardo:

Percentuale di lavoratori nell'automotive in Europa Percentuale di lavoratori nell’automotive in Europa Paesi dell'Est con più impiegati nel settore

Come osservato da Ispi: “Per molti Paesi dell’UE, specialmente quelli dell’Est Europa, il settore automobilistico rappresenta quasi il 15% del totale dell’occupazione manifatturiera. Il numero delle componenti di un’auto elettrica è poi in media del 30% inferiore a quello di un’auto con motore termico. Di conseguenza, vietare la vendita di nuovi veicoli a combustione interna negli anni a venire non è una decisione politicamente (ed economicamente) facile da prendere.”

Tuttavia, il cambiamento è già in corso per altre grandi aziende come Audi e Mercedes-Benz, per esempio e bloccarsi completamente dinanzi a una transizione inevitabile non sembra essere la via migliore per l’industria europea.

3. Usa e Ue ai ferri corti per il green?

Von der Leyen è in missione negli Usa per trovare un’intesa strategica su come affrontare la rivoluzione green dell’economia e dell’industria senza restare intrappolati nella forza dei sussidi statunitensi.

Funzionari statunitensi hanno affermato che i colloqui aiuterebbero le due parti a costruire catene di approvvigionamento sicure per le batterie dei veicoli elettrici. A loro volta, i funzionari dell’Ue sperano che un accordo renda le sue forniture di minerali critici grezzi e lavorati ammissibili a generosi sussidi statunitensi ai sensi della legislazione sul clima di punta del presidente Joe Biden.

L’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti - che mira ad aiutare il più grande inquinatore storico del mondo a ridurre le emissioni di gas serra della metà rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030 - prevede crediti d’imposta per i gruppi che acquistano parti e materiali da paesi con i quali gli Stati Uniti hanno un accordo di libero scambio. Ciò esclude l’Ue e il Giappone, che non hanno tali accordi con gli Stati Uniti.

L’elemento del contendere è qui esposto nel grafico Ispi:

Bilancio Usa Bilancio Usa In verde i cospicui sussidi all'industria green Usa

L’Ue teme di essere schiacciata da questi imponenti sussidi che di fatto andrebbero a danneggiare la competitività delle aziende europee e la loro capacità di innovarsi in termini di rivoluzione verde. Per questo, vogliono accordare facilitazioni con gli Usa. I quali, dal loro canto, intendono rafforzare la strategia anti-Cina tramite intese con l’Europa sulle materie prime.

4. La Cina osservata speciale

Protagonista indiscussa dell’economia globale è la Cina. Con il suo obiettivo di crescita del Pil al 5% previsto per il 2023 ha allarmato il mondo: il dragone va più lentamente nella ripresa e questo rischia di trascinare il mondo nel rallentamento?

In realtà Pechino ha diversi nodi interni da sciogliere. Lo ha così sintetizzato una nota Ispi: “le sfide per Xi Jinping (fresco di terza e inedita elezione a Presidente della Repubblica Popolare Cinese durante le Due sessioni in corso a Pechino) sono tante, vista la ricerca di una crescita sostenibile, non più alimentata tra l’altro dall’esplosione del debito corporate.”

Il debito è un problema per la Cina, come esposto in questo grafico:

Debito cinese e di altre potenze Debito cinese e di altre potenze Un confronto

Gli analisti non hanno dubbi: “Il problema del 2022, causato dalle misure anti-Covid, è stato che il livello di consumi è stato così negativo – le vendite al dettaglio hanno totalizzato un calo del -0,2% – che non è stato possibile compensare con l’aumento della spesa pubblica, anche perché il bilancio è già gravato da un pesante indebitamento. Il rapporto debito/Pil, infatti, ha raggiunto nel 2022 il valore record del 273,2%.”

La Cina riparte da qui. E dalle alte tensioni con gli Usa.