Alfasigma supera 1,87 miliardi di ricavi nel 2024, Dompé 1,23 miliardi. Il confronto tra due famiglie imprenditoriali che hanno scelto modelli industriali opposti per crescere nel settore pharma.
I nomi di Alfasigma e Dompé dicono poco al grande pubblico italiano. Sono marchi che si intravedono sulle confezioni dei farmaci in casa, senza che il consumatore associ loro un volto industriale preciso. Eppure questi due gruppi italiani, entrambi a capitale familiare, hanno chiuso il 2024 con numeri che molti competitor quotati in Borsa vorrebbero replicare. Alfasigma ha superato 1,87 miliardi di euro di ricavi, Dompé 1,233 miliardi. Insieme valgono oltre 3 miliardi di fatturato e impiegano migliaia di persone tra Italia, Stati Uniti, Cina e mezza Europa.
Le due aziende condividono la radice nel secondo dopoguerra italiano, delle proprietà rimaste in mani familiari con la scelta di puntare sulla specializzazione terapeutica. Per il resto, hanno costruito traiettorie industriali quasi opposte. Alfasigma è cresciuta unendo pezzi attraverso fusioni e acquisizioni internazionali. Dompé ha invece scelto la strada della ricerca interna, costruendo attorno a un singolo farmaco biotech un impero che oggi va ben oltre il perimetro farmaceutico.
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Alfasigma, la storia di una fusione che funziona
La data di nascita ufficiale di Alfasigma è il 1° agosto 2017, ma per capirne le radici bisogna tornare al 1948, anno in cui Marino Golinelli fondò a Bologna la Biochimici Alfa, poi diventata Alfa Wassermann. Pochi anni dopo, a Pomezia, Claudio Cavazza dava vita a Sigma-Tau, che sarebbe diventata uno dei nomi più riconoscibili del farmaceutico italiano. Per oltre sessant’anni le due aziende crescono in parallelo, ciascuna con le proprie molecole proprietarie e le proprie reti commerciali internazionali.
Il matrimonio industriale arriva nel 2015. Le famiglie Golinelli e Cavazza decidono di unire le forze, dando vita a un gruppo che alla nascita conta circa 2.800 dipendenti, oltre 900 milioni di fatturato e una presenza in diciotto Paesi. Il controllo resta saldamente in mani italiane: 75% ai Golinelli, 20% ai Cavazza, 5% a Intesa Sanpaolo. Da subito Alfasigma entra tra i primi cinque operatori del settore in Italia.
Negli anni successivi il gruppo bolognese cambia marcia. Nell’agosto 2022 acquisisce il 100% di Sofar, azienda italiana con prodotti come Pentacol ed Enterolactis. A novembre 2023 arriva l’operazione che cambia la faccia dell’azienda: un’OPA da circa 800 milioni di dollari su Intercept Pharmaceuticals, gruppo quotato al Nasdaq specializzato in patologie epatiche rare. In dote arriva anche Ocaliva, l’unico trattamento di seconda linea approvato dalla FDA - l’agenzia federale statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici - per la colangite biliare primitiva. A inizio 2024 si aggiunge l’accordo con Galapagos per il farmaco Jyseleca, fino a 170 milioni di euro per espandersi anche nel campo reumatologico.
I conti del 2024 raccontano l’effetto di questa raffica di operazioni. I ricavi salgono del 37% raggiungendo 1,87 miliardi di euro, l’EBITDA rettificato cresce del 23% a 427 milioni. Il gruppo opera oggi in oltre 100 mercati, con uffici in mezzo mondo e siti produttivi che si distribuiscono tra Pomezia, Alanno, Sermoneta, Trezzano Rosa, Tortosa in Spagna e Shreveport in Louisiana. Le persone impiegate sono circa 4.000. La direzione, guidata dal presidente Stefano Golinelli e dall’amministratore delegato Francesco Balestrieri, ha spostato il baricentro dall’automedicazione alle malattie rare e ai farmaci specialistici, anche se marchi storici come NeoBorocillina, Yovis e Biochetasi restano nel portafoglio.
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Dompé, dallo sciroppo Guaiacalcium al biotech globale
La storia di Dompé Farmaceutici è più antica e segue tutt’altra logica. Il primo laboratorio della famiglia apre a Milano nell’Ottocento, ma è il 1940 a segnare il vero inizio dell’avventura industriale, quando Franco Dompé fonda l’azienda che porta ancora il suo nome. Lo sciroppo Guaiacalcium diventa per generazioni di italiani un classico domestico, tanto da apparire perfino nel film premio Oscar “Ieri, oggi, domani” con Sophia Loren.
Il salto generazionale arriva negli anni Settanta con l’ingresso in azienda di Sergio Dompé, figlio di Franco. È lui a riorientare radicalmente la strategia, spingendo sulla ricerca e fondando nel 1988 Dompé Biotec per portare il gruppo dentro le biotecnologie. Nel 1993 inaugura il polo produttivo di L’Aquila, che diventerà il cuore industriale dell’azienda e su cui verranno investiti oltre 200 milioni di euro. Le partnership con colossi internazionali come Biogen e Amgen aprono il gruppo alla cooperazione scientifica globale.
Il vero punto di svolta è l’acquisizione dei diritti di sviluppo del Nerve Growth Factor, la proteina scoperta da Rita Levi-Montalcini e Stanley Cohen che valse a entrambi il Nobel nel 1986. Da quella molecola nasce Cenegermin, un farmaco biotech per la cheratite neurotrofica, malattia rara dell’occhio. Approvato dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA) nel 2017 e dalla FDA nel 2018, con la designazione di “Breakthrough Therapy” (“farmaco innovativo”), diventa rapidamente il prodotto di punta dell’azienda. È un farmaco di nicchia, ma il prezzo unitario altissimo e l’assenza di concorrenti diretti garantiscono margini eccezionali.
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I numeri di Dompé e il peso del mercato americano
La traiettoria finanziaria del gruppo negli ultimi cinque anni ha avuto un’accelerazione marcata. Nel 2021 il consolidato si fermava a 570,7 milioni di euro di ricavi. L’anno dopo era già a 834 milioni. Nel 2023 ha superato per la prima volta il miliardo, con un utile di 427 milioni. Il 2024 ha portato i ricavi a 1,233 miliardi (+27% sul 2023) e un utile di 363,5 milioni, in calo rispetto all’anno precedente anche per il venir meno di un contributo straordinario di 165,5 milioni legato all’accordo sul patent box con l’Agenzia delle Entrate.
La caratteristica più singolare del modello Dompé è la geografia delle vendite. Nel 2023, su un fatturato di oltre un miliardo, l’Italia pesava per 222 milioni di euro, mentre gli Stati Uniti per 811 milioni. La controllata americana è di gran lunga la principale fonte di ricavi del gruppo, sostenuta dai prezzi più alti che il sistema sanitario statunitense riconosce ai farmaci specialistici. Una concentrazione che oggi, con i dazi e le politiche sui prezzi annunciate dall’amministrazione Trump, rappresenta anche l’esposizione principale del gruppo. Sergio Dompé in persona ha definito recentemente questo come un anno “terribilmente difficile e insieme pieno di sfide”.
Il controllo familiare è totale. Dompé Holdings, cassaforte personale di Sergio Dompé, possiede il 100% di Dompé Farmaceutici. A giugno 2025 ha incassato dalla società operativa un dividendo da 200 milioni di euro, identico a quello dell’anno precedente.
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La cassaforte e il portafoglio di investimenti
Accanto al business industriale, Dompé ha costruito negli anni un’attività di investimento finanziario tutt’altro che marginale. A fine 2024 il portafoglio investimenti ammontava a 607 milioni di euro, gestiti dalle principali banche globali. A questi si aggiungeva una liquidità in conti bancari per 540 milioni. Il patrimonio complessivo della holding supera il miliardo e mezzo.
Tra le partecipazioni più significative spicca il 24,9% in B.F., l’ex Bonifiche Ferraresi guidata da Federico Vecchioni, iscritta a bilancio per 200 milioni con una plusvalenza latente già consistente. La holding controlla il 42,4% di Philogen, biotech quotata attiva nei farmaci oncologici, e detiene quote in club deal di Mediobanca oltre all’85,7% di Movendo Technology, la startup genovese che ha sviluppato Hunova, definito il primo robot riabilitativo al mondo.
Sul fronte scientifico, Dompé è stata la prima azienda privata a usare le capacità di calcolo del supercomputer europeo Leonardo, gestito dall’ente bolognese CINECA. Nel 2025 il programma di ricerca sulla NAION, una patologia rara del nervo ottico, è stato selezionato invece dalla FDA come unico beneficiario italiano del primo Voucher CNPV.
Due modelli, due strade per crescere
Mettendole una accanto all’altra, Alfasigma e Dompé raccontano due risposte diverse alla stessa domanda: come può un’azienda farmaceutica italiana di medie dimensioni competere nel mercato globale dei farmaci specialistici. La prima ha scelto la velocità delle acquisizioni: comprare portafogli di prodotti già sviluppati per accelerare l’ingresso in nuove aree terapeutiche. La seconda ha scelto la pazienza della ricerca interna, scommettendo su molecole biotech ad altissimo valore con barriere all’ingresso elevate.
Entrambi i modelli hanno punti di forza e fragilità. Alfasigma cresce rapidamente ma deve gestire un’integrazione complessa di realtà diverse e il debito contratto per le operazioni più importanti. Dompé ha margini straordinari ma una concentrazione geografica che la espone alle scelte di Washington. Quello che le accomuna, oltre ai numeri, è la natura familiare del controllo. Nessuna delle due è quotata, nessuna risponde a fondi di investimento, entrambe possono pianificare nel lungo periodo senza la pressione trimestrale degli analisti finanziari.
Il settore in cui operano nel 2024 ha mostrato dinamiche complessivamente buone. L’industria farmaceutica italiana, secondo i dati Farmindustria, ha registrato investimenti in crescita del 21%, occupazione +2%, export +16%, ricavi +12%, ed è uno dei comparti manifatturieri italiani con la più alta intensità di ricerca e scientificità.
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