Il dramma dei malati non COVID di cui nessuno parla

L’emergenza sanitaria legata al coronavirus potrebbe comportare anche un aumento della mortalità legata ad altre patologie poiché il sistema sanitario ha dovuto rimandare visite e interventi per fronteggiare la crisi.

La COVID continua ad essere uno dei temi caldi, soprattutto in relazione all’incremento dei nuovi casi e alla riapertura delle scuole, ma l’emergenza sanitaria ha avuto delle ripercussioni anche su tutti gli altri pazienti non affetti dal coronavirus, dal momento che molte visite e terapie sono state sospese o rimandate per fronteggiare i casi di coronavirus. Ma qual è la risposta sanitaria che il sistema riesce a fornire oggi per i pazienti non COVID?

A parlarne sono il dottor Carlo Palermo, segretario nazionale di ANAAO Assomed, e il dottor Davide Croce, direttore Centro su Economia e Management nella Sanità e nel Sociale della LIUC Business School nel corso di un’intervista per Money.it.

Le conseguenze del coronavirus sui pazienti non COVID

La situazione è preoccupante precisa il dottor Palermo, poiché in seguito alla concentrazione delle attività ospedaliere si è venuto a creare un quadro che ha visto 13 milioni di visite specialistiche accumulate, 310.000 ricoveri ordinari rimandati, 500.000 interventi chirurgici non urgenti posticipati e 4 milioni di screening oncologici rimandati, soprattutto nel campo oncologico, che inevitabilmente comporteranno un ritardo diagnostico.

Anche a livello cardiologico si è assistito ad un aumento della mortalità per infarto del 10% nel periodo compreso tra marzo ed aprile. Con l’emergenza sanitaria dunque, precisa Palermo, si sono venute a creare condizioni che rendono necessario un ritorno all’ordinarietà, affrontando tutte le altre patologie, per non incorrere nel rischio di veder incrementata ulteriormente la mortalità di decine di migliaia di morti.

La situazione di recupero che dovrà essere attuata già a partire dalle prossime settimane, non sarà svolta in una delle migliori condizioni poiché negli ultimi anni si è assistito ad una diminuzione del personale medico all’interno degli ospedali, di circa 6.000 unità. Il poco personale sanitario rimasto inoltre si trova adesso in una condizione di sfinimento non solo fisico, ma anche psicologico, dovuta alla crisi epidemica, dopo aver affrontato decine e decine di casi COVID molto gravi, che richiedevano il ricorso alla terapia intensiva.

La convivenza con il coronavirus è ancora lunga

Da un punto di vista operativo si è aggiunta una nuova malattia spiega il dottor Croce, che è andata a gravare su un servizio sanitario che già presentava delle difficoltà legate alla diminuzione dei finanziamenti, comportando una “situazione pesante da un punto di vista organizzativo”. L’aggiunta di questa nuova patologia ancora non è stata assorbita, e probabilmente dovremmo conviverci per un periodo abbastanza lungo provocando di fatto un blocco delle prestazioni non urgenti, che sono state rimandate:

“Oggi ancora non siamo tornati alla normalità e non solo non siamo in grado di recuperare ai ritardi, ma lo spazio dedicato alla patologia è ancora elevato, per cui molte attività sono rallentate per rispettare il distanziamento sociale, come le analisi di laboratorio, con dei crolli del 50% nella produzione”.

Spiega il dottor Croce, precisando che questi ritardi inevitabilmente comportano una assistenza diversa dovuta al rispetto del distanziamo, che inficeranno sui più deboli, facendo bacillare l’equità di trattamento nel servizio sanitario. In alcuni settori della medicina si arriva ad una riduzione delle prestazioni del 50%, mentre nei casi più fortunati si arriva ad una copertura del 99% delle prestazioni, con uno sforzo del personale sanitario.

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