Il dipendente può rifiutare lo smart working?

Che succede se il dipendente rifiuta di lavorare in smart working? È un suo diritto oppure è obbligato a lavorare da casa? Cosa prevede la legge.

Il dipendente può rifiutare lo smart working?

Può un dipendente rifiutare di lavorare da casa? E cosa prevede la legge in merito? Il lavoro agile - lo smart working - ha trovato ampia diffusione dopo l’emergenza Covid, ma prima di marzo nel nostro Paese era quasi sconosciuto. Per questa ragione datori e dipendenti hanno ancora molti dubbi riguardo agli obblighi, i diritti e le modalità di lavoro di chi - per volontà o necessità - deve fare a casa le mansioni che prima svolgeva in ufficio.

Nonostante i molti vantaggi dello smart working, a qualcuno non piace affatto: alcuni dipendenti rifiutano l’idea di dover lavorare da casa perché non hanno spazi e strumenti adeguati o perché non riescono a trovare la concentrazione necessaria per lavorare mantenendo alti gli standard qualitativi e quantitativi.

Che fare se l’azienda impone lo smart working per motivi di sicurezza e un dipendente rifiuta? Cerchiamo di capirlo analizzando il quadro normativo di riferimento.

Il dipendente può rifiutare lo smart working? In caso di emergenza sanitaria la risposta è “no”

In condizioni normali il lavoro agile prevede l’accordo tra datore e dipendente, ciò vuol dire che quest’ultimo può “contrattare” le condizioni del lavoro da casa e rifiutare se le ritiene svantaggiose. Ma quello che è accaduto in questi mesi è una circostanza del tutto eccezionale: lo smart working è stato reso obbligatorio nel settore pubblico e fortemente consigliato in quello privato come misura di prevenzione dal coronaviurs.

Ciò perché lavorare da casa contribuisce (e non poco) ad evitare contagi e focolai negli uffici e sui mezzi pubblici per raggiungere la sede lavorativa, luoghi dove evitare gli assembramenti e rispettare le distanze di sicurezza è molto difficile.

In altre parole, se l’azienda ritiene utile lo smart working per tutelare la salute dei dipendenti (e indirettamente dei loro familiari) questi non potranno rifiutare. Tutt’al più si potrà concordare uno smart working “misto” stabilendo dei giorni a casa e dei giorni in ufficio.

Il monito del Governo è incentivare il lavoro agile il più possibile, almeno fino alla fine dell’anno: i dipendenti che possono lavorare da casa senza difficoltà hanno il dovere sociale di salvaguardare la salute pubblica poiché gli incontri in ufficio, al bar, alla mensa e sui mezzi pubblici sono tra le principali occasioni di contagio.

Se il dipendente non vuole lavorare da casa: cosa prevede la legge

La normativa che disciplina lo smart working (legge n. 81/2017) pone l’accento sulla flessibilità organizzativa del lavoro tra datore e dipendenti. Per flessibilità si intende orari di lavoro differenziati, giorni in sede e giorni a casa, possibilità di scegliere in autonomia la postazione lavorativa (anche in spiaggia o al parco).

Il tutto stabilito da accordo sottoscritto dalle parti: l’azienda e il dipendente. Quest’ultimo può decidere di non firmare se non approva le condizioni in esso contenute. Quindi in situazioni normali - vale a dire senza epidemie in corso - il dipendente può rifiutare lo smart working proposto dal datore.

Più che un rifiuto secco spesso vengono avviate delle trattative per modificare il contenuto dell’accordo individuale, fino a raggiungere il consenso di entrambe le parti. Il più delle volte i punti controversi riguardano la strumentazione di cui avvalersi, la flessibilità di orario e il diritto alla disconnessione.

Per migliorare la qualità dei rapporti lavorativi è sconsigliato rifiutare lo smart working senza se e senza ma, invece sarebbe opportuno instaurare un dialogo con il datore, chiarire eventuali dubbi e difficoltà e raggiungere una soluzione condivisa.

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