E’ come se la crisi del 2008 del mondo bancario e finanziario non avesse insegnato niente. Il fenomeno dello “shadow banking” è stato studiato ed approfondito dopo i fallimenti delle maggiori banche di investimento americane e dei salvataggi di altrettanti istituti europei. L’assenza di regole in questo sistema finanziario parallelo fu individuata come una delle concause principali di quelli accadimenti.
Eppure un recente articolo del Financial Times ripropone una nuova chiave di lettura sull’argomento: “le shadow banks non sono all’esterno del sistema bancario, anzi, sono intrecciate con esso in modi che potrebbero renderlo vulnerabile”. Perché questi intermediari sono ancora oggetto di esame da parte di commentatori ed analisti ma soprattutto dei regolatori del sistema finanziario?
Cos’è lo shadow banking ?
Facciamo un ripasso. Le shadow banks (o NDFI/NBFI: no-depository/no-banking financial institutions) sono enti che fanno credito diretto o indiretto, gestiscono fondi senza avere una licenza bancaria, emettono titoli per il mercato istituzionale ma non sono abilitati alla raccolta diretta, né tantomeno hanno accesso alla liquidità delle banche centrali. Il termine è stato coniato nel 2007 da Paul McCulley, economista di PIMCO (società di gestione fondi americana). Parliamo quindi ad esempio di: SGR, oppure di SPV che consentono alle banche di trasferire crediti non performing fuori dai bilanci, impacchettandoli in titoli (ABS, MBS, CDO) venduti a investitori istituzionali, piattaforme fintech che concedono prestiti. Il perimetro è molto esteso e non univocamente definito. Varia tra le varie Authority (FSB, BCE, FMI) e questo complica la regolamentazione ed il controllo.
Perché questa definizione è tornata attuale?
Secondo il report di monitoraggio sugli NBFI dell’FSB del 2024, questi intermediari gestiscono asset per circa 217,9 trilioni di dollari, che rappresentano il 47% del totale degli asset finanziari globali, in crescita dell’8,5% rispetto al 2023. Anche la BCE, in alcuni sui recenti “papers” (cfr. Where Do Banks End and NBFIs Begin? 2025), evidenzia la crescita esponenziale di questi operatori e come questi intermediari abbiano superato, in termini di assets detenuti, le banche regolamentate.
Ma i rischi connessi allo shadow banking oggi non dipendono solo dalla sua dimensione. E’ la stretta interconnessione con le banche tradizionali, venutasi a creare con modalità non sempre trasparenti, che preoccupa: un collasso del settore può, in modo silente, contagiare l’intero sistema finanziario regolamentato. In particolare i flussi di finanziamenti e titoli, scambiati fra i due mondi, costituiscono una minaccia costante all’intera stabilità del sistema, anche a causa della loro rilevante dimensione. Proprio per questi motivi, BCE, Banca d’Italia e FSB hanno intensificato il dibattito su regole comuni e monitoraggio integrato, consapevoli che la prossima crisi potrebbe partire nuovamente proprio da questo mondo finanziario parallelo.
Questo intreccio si è accentuato anche in Italia, dove la nuova ondata di OPA bancarie e i progetti di consolidamento nel settore creditizio stanno ridisegnando i confini tra banche e intermediari finanziari, favorendo operazioni incrociate, partnership e acquisizioni che rafforzano i legami tra finanza regolata e non regolata.
Che impatto ha lo shadow banking su imprese e famiglie?
Nel mondo reale, lo shadow banking non è un concetto astratto riservato agli analisti finanziari: le sue conseguenze possono toccare da vicino famiglie e imprese. Da un lato, l’espansione di fondi di debito privato, fintech e piattaforme di prestito alternative ha reso più facile l’accesso al credito, soprattutto per le piccole e medie imprese escluse dai canali bancari tradizionali. Ma questa apparente libertà ha un prezzo: tassi più elevati, minori garanzie e una scarsa trasparenza sulle condizioni. Anche le famiglie ne sono coinvolte, spesso attraverso formule come il “buy now pay later” o prestiti online, che incoraggiano un indebitamento facile ma difficile da controllare.
A ciò si aggiunge un problema di tutela: i prodotti emessi o gestiti da tali soggetti sono spesso complessi e poco comprensibili. In Italia alcuni di questi strumenti sono stati collocati anche a risparmiatori retail, che hanno scoperto troppo tardi di avere in portafoglio prodotti ad alto rischio.
Infine, c’è un effetto collaterale particolarmente sensibile: le società non bancarie che acquistano portafogli di crediti deteriorati, le cosiddette SPV, tendono a gestirli in modo più aggressivo delle banche. Questo significa pressioni più forti su famiglie indebitate e piccole imprese, meno margini di trattativa, più contenziosi. È il volto meno visibile dello shadow banking, ma anche quello che incide più direttamente sulla vita economica quotidiana.
Il caso italiano: il cleaning dei bilanci bancari
In Italia, la rilevanza del “non banking” è correlata anche alla gestione dei crediti deteriorati (NPL).
Negli ultimi anni, per migliorare i coefficienti patrimoniali e rientrare nei parametri di vigilanza BCE, gli istituti bancari hanno ceduto pro-soluto miliardi di euro di sofferenze a società veicolo (SPV) attraverso cartolarizzazioni. Questi soggetti sono entità giuridiche formalmente separate dalle banche originator e non soggette a requisiti patrimoniali stringenti. Ciò ha permesso di ripulire i bilanci bancari, migliorando gli indicatori di solidità, ma ha anche spostato il rischio nel perimetro con regolamentazione meno vincolante. Nel 2024, secondo la Banca d’Italia, oltre il 60% degli NPL italiani risultava detenuto da fondi esteri o veicoli finanziari, spesso domiciliati in Lussemburgo o Irlanda. Questo significa che una parte consistente del rischio creditizio italiano non è più sotto il controllo diretto delle autorità nazionali, rendendo più complesso il monitoraggio sistemico. Il fattore di rischio più elevato è che questi veicoli sono finanziati tramite obbligazioni (asset-backed securities) o anche linee di credito erogate dalle stesse banche cedenti i crediti. Da qui il nodo che lega ancora in un circolo vizioso i due mondi paralleli.
Dal 2008 a oggi: come è cambiata la vigilanza sul mondo parallelo
Dopo la crisi, il G20 ha incaricato il Financial Stability Board (FSB) di mappare e monitorare il settore, ponendo le basi per la prima rete globale di sorveglianza sulla finanza ombra. Da allora, sono stati introdotti standard comuni di reporting, criteri di classificazione, limiti alla leva e maggiore trasparenza nelle cartolarizzazioni. In Europa, la BCE, l’ESMA e l’EBA hanno progressivamente esteso la loro analisi agli intermediari non bancari, mentre la Banca d’Italia ha istituito un monitoraggio statistico e macroprudenziale su SPV e fondi alternativi, riconoscendo il loro ruolo crescente nel credito all’economia reale.
Tuttavia, quello fatto fin qui non sembra ancora efficace. Dopo quasi vent’anni dal 2008, il sistema di controlli resta incompleto e disomogeneo. Le autorità non dispongono ancora di poteri diretti di vigilanza su molti soggetti «ombra», né esiste un framework unico europeo per valutarne la solidità. La frammentazione dei dati, la scarsa trasparenza dei flussi cross-border e la difficoltà di misurare i rischi aggregati continuano a limitare la capacità di intervento preventivo. In sostanza, l’Eurotower può solo lanciare l’allarme, ma non imporre regole prudenziali, né requisiti patrimoniali agli operatori non bancari. E, a differenza delle banche, non esiste un prestatore di ultima istanza: se un grande fondo entra in crisi di liquidità, non c’è alcuna istituzione pubblica pronta a intervenire.
Paradossalmente il Financial Stability Board, in un rapporto recente al G-20, sembra aver ammorbidito i toni affermando che prioritaria resta la tutela della riservatezza delle informazioni sensibili e una più stretta collaborazione con l’industria. Il rischio di una situazione di stallo sui criteri di supervisione è concreto.