Dazi, inflazione per i consumatori o riduzione dei profitti per gli esportatori?

Guido Salerno Aletta

28 Agosto 2025 - 15:22

I dazi di Trump riaccendono la guerra commerciale globale: Washington scarica sui Paesi esportatori il costo del riequilibrio, tra deficit record e rischio recessione mondiale.

Dazi, inflazione per i consumatori o riduzione dei profitti per gli esportatori?

Nelle relazioni umane, tutto si rapporta al numero, alla dimensione degli eventi: «Se uccidi un uomo, è omicidio; ma, se ne uccidi centomila, hai vinto la guerra».

Il compratore globale di ultima istanza, gli Usa, ha fermato il gioco: tutti gli equilibri commerciali internazionali vengono rimessi in discussione con i dazi generalizzati decisi da Donald Trump per cercare di riequilibrare la bilancia commerciale americana, il cui saldo per merci e servizi è stato passivo per 903 miliardi di dollari nel 2024.
Un disavanzo strutturale nei conti commerciali americani, che corrisponde ad un corrispondente indebitamento crescente verso l’estero, non era più sostenibile.

Ed anche la classica manovra fiscale restrittiva dei consumi statunitensi, volta a ridurne le disponibilità monetarie e dunque le loro importazioni, sarebbe stata devastante per gli esportatori. In questo caso, infatti, il costo del riequilibrio sarebbe stato certamente pagato dai cittadini americani che, pagando maggiori tasse, avrebbero consumato meno e sistemato i conti in rosso del Tesoro. Ma le conseguenze di questa stretta sui redditi statunitensi sarebbero ricadute su tutti i Paesi esportatori, che avrebbero venduto meno. Sarebbero entrati in recessione per via della stretta sui consumi americani.

Donald Trump, operando sui dazi, sta cercando di ribaltare sui Paesi esportatori il costo del riequilibrio della bilancia commerciale statunitense e del bilancio federale: l’obiettivo dei dazi è infatti quello di trasformare i profitti degli esportatori in altrettanti proventi fiscali necessari per sistemare i conti del Tesoro americano.
Il valore delle merci importate dagli Usa nel 2024 è stato pari a 4.136 miliardi di dollari, con un saldo negativo di 1.215 miliardi.

Il fatto di aver condotto una campagna generalizzata di aumenti ha creato una condizione di forte perturbazione sul mercato: se si fosse trattato di aumentarli nei confronti di un solo Paese, ovvero di una sola categoria di prodotti, si sarebbe ricaduti in uno schema normativo, con un risultato sostanzialmente prevedibile.
In questi casi, limitati, si sarebbe potuto calcolare il grado di sostituibilità della importazione da quel Paese con quella da un altro Paese, ovvero il rapporto di forza tra importatori americani ed esportatori di quel prodotto specifico: si sarebbe trattato di una decisione con conseguenze sostanzialmente prevedibili per via del numero limitato di variabili da prendere in considerazione.

Diverso è il caso che abbiamo di fronte, quello di un aumento contemporaneo e sostanzialmente generalizzato dei dazi nei confronti di tutti i Paesi e di tutte le merci: questa è una vera e propria guerra commerciale in cui un unico Paese apre il conflitto nei confronti di tutti gli altri.
C’è dunque una asimmetria sistemica.

Da una parte, quella americana, c’è una straordinaria concentrazione della attenzione sull’andamento dei prezzi: se il peso dei dazi si dovesse scaricare completamente sui consumatori, si determinerebbero conseguenze sistemiche insostenibili per via di un mix di inflazione e di crollo in volume dei consumi. L’allarme che si è determinato comporta dunque una forte resistenza dagli importatori americani ad accettare il puro e semplice mantenimento dei prezzi precedenti, cui verrebbe applicato il dazio: ed avrebbero il vantaggio di poter scegliere tra gli esportatori, magari bluffando e forzando la mano sui prezzi, visto che il “compratore” è uno solo mentre i “venditori” sono tanti. Il mercato di sbocco americano non è sostituibile nel breve termine, mentre le merci sono spesso fungibili.

Dall’altra parte, quella degli esportatori, c’è una variabilità estrema di risposte possibili: sono in gioco i fatturati ed i profitti. La risposta più dura, quella che comporta il mantenimento inalterato dei prezzi praticati in precedenza, darebbe luogo a minori vendite al dettaglio per via della traslazione integrale dei dazi a carico dei consumatori; la più accomodante, quella che comporta una riduzione dei prezzi pari all’importo dei dazi, azzererebbe il rischio di minori vendite al dettaglio essendo stato assorbito a monte il costo dei dazi. In questo ultimo caso, il dazio non avrebbe alcun impatto sui prezzi al consumo negli Usa, essendosi trasformato in una imposta incassata dal Tesoro americano a danno dei ricavi e dunque dei profitti degli esportatori.

Questa è la guerra che l’Amministrazione Trump ha dichiarato nei confronti del resto del mondo, e che spera di vincere: i “centomila morti” sarebbero gli altrettanti esportatori di tutto il mondo che per continuare a vendere devono rinunciare ai profitti nella misura corrispondente al dazio, a tutto vantaggio del Tesoro americano.
Come accade per tutte le guerre, nessuna vittoria è scontata: ormai, non resta che attendere gli eventi.