Perché al datore di lavoro conviene scalare i permessi piuttosto che le ferie

In alcuni casi l’azienda preferisce segnare l’assenza del lavoratore come permesso piuttosto che ferie; ecco perché al datore di lavoro conviene, mentre al dipendente no.

Perché al datore di lavoro conviene scalare i permessi piuttosto che le ferie

Quando ci si assenta dal posto di lavoro, conviene chiedere un giorno di ferie o di permesso?

In questo periodo ci sono arrivate diverse segnalazioni in merito al fatto che alcuni datori di lavoro piuttosto che scalare le ferie giustificano i giorni di assenza del lavoratore come permessi retribuiti (ROL o ex festività).

I lavoratori ci hanno chiesto delucidazioni sul perché i permessi vengono preferiti alle ferie - almeno da parte dell’azienda - ed ecco perché abbiamo deciso di trattare questo argomento; qui vi spiegheremo qual è il motivo per cui ciò avviene analizzando la differenza che c’è tra questi due strumenti.

Sia i permessi ROL che le ferie, infatti, consentono al dipendente di astenersi dall’attività lavorativa mantenendo inalterata la retribuzione, tuttavia c’è una differenza molto importante della quale tener conto: i permessi non goduti devono essere pagati, mentre le ferie no.

I permessi possono essere monetizzati, le ferie no

Come già vi abbiamo spiegato in un precedente articolo, le ferie non godute dal lavoratore dopo 18 mesi dalla loro maturazione non possono essere monetizzate.

L’articolo 36 della Costituzione, infatti, riconosce le ferie come un diritto irrinunciabile per il lavoratore, il quale non può rinunciarci neppure dietro la promessa di ricevere un compenso in denaro come alternativa al loro godimento.

La Legge sull’orario di lavoro - dlgs 66/2003 - aggiunge che il lavoratore ha diritto ad almeno 4 settimane di ferie ogni anno, lasciando la possibilità ai singoli CCNL di prevedere delle regole più vantaggiose per i dipendenti. Di queste 4 settimane almeno 2 devono essere godute in maniera continuativa durante l’anno di maturazione, mentre per le altre 2 c’è tempo per altri 18 mesi; se non godute entro questo termine le ferie residue non si perdono ma non danno comunque diritto ad alcuna indennità sostitutiva.

Dopo i 18 mesi, infatti, l’INPS le considera comunque fruite dal punto di vista contributivo, pertanto i datori di lavoro devono versare i relativi contributi come se queste fossero state godute.

Nel caso però il rapporto di lavoro si interrompa, allora il datore di lavoro avrà il dovere di retribuire le ferie residue, quindi quelle maturate nel corso dell’anno e nei 18 mesi precedenti.

Il discorso è differente per i permessi retribuiti, come ad esempio i ROL (Riduzione Orario Lavorativo); in questo caso è il CCNL a stabilire quanti permessi matura il lavoratore ogni mese, fissando la data di scadenza entro il quale usufruirne. A differenza delle ferie, però, una volta scaduto questo termine (che può essere di 12 o 24 mesi) i permessi non goduti devono essere pagati dall’azienda (entro la data indicata nel contratto nazionale del lavoro di appartenenza).

Perché le aziende preferiscono scalare i permessi piuttosto che le ferie

Visto quanto detto in precedenza, ci sono molti datori di lavoro che piuttosto che pagare i permessi non goduti invitano i loro dipendenti a smaltirli prima della loro scadenza.

In alcuni casi questo “smaltimento” avviene più o meno all’insaputa del dipendente stesso, poiché ci sono dei datori di lavoro che a quanto pare segnano alcuni giorni di ferie come se fossero permessi, così da evitare che alla fine dell’anno ci siano dei ROL da pagare.

Prendiamo come esempio un lavoratore impiegato per 5 giorni a settimana con 8 ROL e 20 giorni di ferie residui. Questo decide di assentarsi per 2 settimane consecutive in estate, più altre 2 nei mesi invernali in prossimità delle festività natalizie.

Il datore di lavoro potrebbe segnare come ferie le 2 settimane estive (così da rispettare l’obbligo di far godere le ferie per almeno 2 settimane consecutive nel corso dell’anno di maturazione), mentre a Natale segnare 5 giorni di permessi ROL (per la prima settimana di assenza dal lavoro) più altri 5 giorni di ferie (per la seconda settimana).

Così alla fine dell’anno il dipendente avrebbe 5 giorni di ferie residui di cui poter godere nei 18 mesi successivi, più 3 giorni di permesso non goduti che l’azienda dovrà retribuire.

In questo modo però il datore di lavoro si è “risparmiato” 5 giorni di permesso da retribuire all’insaputa del dipendente.

Ecco perché è importante controllare costantemente il proprio monte ferie e permessi, indicato nella parte bassa della vostra busta paga, così da verificare che effettivamente la vostra assenza sia stata segnata nel modo corretto.

Il lavoratore, infatti, ha la libertà di decidere se smaltire le ferie oppure i permessi, quindi il datore di lavoro non può scegliere per lui.

Concludiamo con un consiglio: visto quanto appena detto vi consigliamo di dare la precedenza allo smaltimento delle ferie piuttosto che dei permessi, poiché se non goduti quest’ultimi vi permetteranno almeno di ricevere una somma aggiuntiva in busta paga (solitamente tra gennaio e febbraio, in base a quanto stabilito dal CCNL di riferimento).

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