Negli ultimi decenni, la globalizzazione ha trasformato il mondo finanziario, favorendo flussi di capitale senza precedenti tra le principali economie.
Un’accelerazione del protezionismo, la frammentazione delle relazioni economiche internazionali e un aumento dell’incertezza geopolitica potrebbero ridefinire radicalmente le strategie di investimento globale.
Secondo Torsten Slok, capo economista di Apollo Global Management, stiamo assistendo a un passaggio dalla globalizzazione alla segmentazione, un fenomeno che potrebbe favorire il ritorno a una maggiore concentrazione dei capitali nei mercati nazionali. Questo fenomeno, noto come home bias", potrebbe ridurre gli investimenti transfrontalieri, aumentando la volatilità dei mercati e alterando profondamente la struttura degli investimenti globali.
Fino al 1989, gli Stati Uniti erano esportatori netti di capitale, con un saldo positivo della Posizione Netta di Investimento Internazionale (NIIP). Tuttavia, negli ultimi decenni, gli Stati Uniti sono diventati una destinazione privilegiata per i capitali globali.
Nel settembre 2023, il saldo negativo della NIIP statunitense ha raggiunto un record di 23,6 trilioni di dollari, segnando un aumento di 5 trilioni rispetto all’anno precedente. L’afflusso massiccio di investimenti esteri ha spinto il valore nominale delle attività statunitensi detenute da investitori stranieri a oltre 50 trilioni di dollari, rispetto ai circa 40 trilioni di asset statunitensi detenuti all’estero.
Nonostante una riduzione generale dei flussi di capitale transfrontalieri tra il 2017-2019 e il 2022-2023, la quota degli Stati Uniti è quasi raddoppiata, passando dal 23% al 41%, secondo dati del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Ciò suggerisce una concentrazione eccessiva degli investimenti nei mercati statunitensi, un trend che potrebbe invertirsi nel caso di una svolta protezionistica.
Gli anni ’90 e i primi anni 2000 hanno segnato l’apice della globalizzazione economica, con un’espansione massiccia dei flussi di capitale verso i mercati emergenti. Secondo l’Institute of International Finance, i flussi di capitale verso le economie emergenti sono aumentati di sette volte tra il 1990 e il 2000 e nuovamente tra il 1999 e il 2007.
Questa fase è stata favorita da vari fattori, tra cui la deregolamentazione finanziaria, la riduzione delle barriere commerciali, la crescita economica della Cina, la nascita dell’euro e il progresso tecnologico. Tuttavia, negli ultimi anni, molti di questi elementi si sono indeboliti, portando a una possibile stagnazione della globalizzazione.
Se la «segmentazione» ipotizzata da Slok dovesse concretizzarsi, il mercato azionario statunitense potrebbe risentirne in modo significativo. Wall Street, beneficiaria primaria dell’afflusso di capitali esteri, potrebbe subire pressioni in caso di un’inversione di tendenza negli investimenti globali.
Parallelamente, il Giappone, con un saldo NIIP positivo di 3,3 trilioni di dollari e oltre 10 trilioni di dollari di asset detenuti all’estero, potrebbe assistere a un rimpatrio di capitali. Questo fenomeno, sebbene già osservato in passato, potrebbe intensificarsi in un mondo più segmentato.
Nell’Eurozona, il saldo NIIP è relativamente equilibrato, ma le attività lorde detenute all’estero ammontano a circa 39 trilioni di dollari. Se anche una parte di questi fondi dovesse essere riportata all’interno dell’UE, le conseguenze per il tasso di cambio dell’euro e i mercati obbligazionari europei potrebbero essere significative.
Un altro aspetto da considerare è l’impatto sulla Cina, attualmente il secondo maggiore destinatario di investimenti esteri diretti al mondo. Con una crescente ostilità commerciale tra Pechino e Washington, la Cina potrebbe essere costretta a trovare nuovi mercati di investimento e a ridurre la propria esposizione al dollaro statunitense.
Sebbene sia prematuro affermare con certezza che stiamo assistendo alla fine della globalizzazione, le recenti tendenze economiche e geopolitiche suggeriscono una crescente frammentazione dei mercati. Se i capitali globali dovessero spostarsi verso asset nazionali anziché internazionali, potremmo assistere a un aumento della volatilità finanziaria, a una ridefinizione dei mercati emergenti e a una possibile diminuzione della centralità di Wall Street nei portafogli globali.