Dalla Cina al Vietnam: la nuova vita del Made in China ai tempi dei dazi Usa

Federico Giuliani

30 Luglio 2025 - 07:10

Ecco come il Made in China si trasforma in Made in Vietnam ai tempi della guerra commerciale tra Usa e Pechino (e cosa significa per l’economia globale)

Dalla Cina al Vietnam: la nuova vita del Made in China ai tempi dei dazi Usa

Il ragionamento economico è estremamente semplice: se i beni fabbricati in Cina sono soggetti a dazi statunitensi variabili tra il 40 e il 50%, mentre quelli realizzati in Vietnam devono scontare una spada di Damocle di appena il 20%, dopo il recente accordo tariffario raggiunto tra l’amministrazione Trump e Hanoi, allora per le aziende del Dragone è molto più conveniente trasferirsi sul territorio vietnamita.

Per far cosa? Semplice: produrre in Vietnam per eludere la mannaia di Washington e continuare ad inviare la propria mercanzia nel ricchissimo mercato Usa. È così che il Made in China si trasforma in Made in Vietnam ai tempi della guerra commerciale tra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Popolare Cinese. In attesa di ulteriori sviluppi, in sostanza, le fabbriche cinesi si stanno trasferendo ad Hanoi e dintorni per evitare gli elevati dazi doganali di Trump.

Per la gioia dei leader vietnamiti e per la preoccupazione dei proprietari locali, costretti ad aumentare lo stipendio dei propri dipendenti per evitare di restare schiacciati dalla concorrenza rappresentata dal Dragone. “Si riversano qui. E questo causerà uno tsunami”, ha dichiarato proprio uno dei proprietari vietnamiti al Wall Street Journal riferendosi alle aziende cinesi.

I dazi Usa, il Vietnam e la Cina

La corsa alla produzione in Vietnam e in altri Paesi con dazi doganali più bassi mantiene le aziende cinesi al centro del commercio globale. Gli imprenditori del Dragone sono infatti avvantaggiati quando si tratta di costruire fabbriche in qualsiasi parte del mondo, persino negli Stati Uniti, e questo perché possiedono tutta la tecnologia e il know necessari per ripartire da zero anche lontani da casa.

Per i funzionari dell’amministrazione Trump, ha sottolineato il Wsj, questo non è esattamente l’esito auspicato della guerra commerciale dichiarata a Pechino. Nei negoziati commerciali gli Stati Uniti avevano più volte invitato le nazioni del Sud Est Asiatico ad adottare una linea dura sui rapporti economici con la Cina, anche impedendo alle aziende cinesi di avviare attività di produzione ed esportazione nei loro Paesi.

L’obiettivo delle tariffe dovrebbe essere quella ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dalle aziende cinesi, indipendentemente dalla loro sede. Eppure, nella prima metà dell’anno corrente, il Dragone è stato responsabile di oltre 800 nuovi progetti di investimento in Vietnam, molti più di qualsiasi altro Paese. E gran parte degli investimenti si è concentrata nel settore manifatturiero.

Bisogna tuttavia considerare che il caldo intenso e l’umidità della regione riducono la produttività dei lavoratori vietnamiti, soprattutto perché numerose fabbriche non hanno margini sufficientemente elevati per utilizzare l’aria condizionata nei loro stabilimenti. E ancora: la cultura del lavoro in Vietnam è diversa da quella cinese. Mentre i lavoratori cinesi sono soliti presentarsi in regia di prima mattina, nella speranza di finire prima e guadagnare commissioni extra, i loro colleghi vietnamiti tendono a rispettare l’orario standard.

Cambiare tutto per non cambiare niente?

Attenzione: se, in virtù dell’accordo tra Usa e Vietnam, è vero che le esportazioni vietnamite verso gli Stati Uniti saranno soggette a dazi doganali del 20%, inferiori al dazio «reciproco» iniziale del 46% annunciato ad aprile, ma doppi rispetto al dazio universale del 10%, allo stesso tempo Trump ha inserito tariffe del 40% sulle merci considerate transhipment, una politica presumibilmente mirata alla Cina, che ha utilizzato questo metodo per aggirare i dazi statunitensi.

Il transhipment consiste tecnicamente nel trasferire merci da una nave all’altra durante il transito verso il Paese di destinazione e questo termine viene spesso utilizzato per mascherare lo Stato di origine di un prodotto al fine di eludere illegalmente i dazi all’importazione. Il consigliere commerciale di Trump, Peter Navarro, aveva definito il Vietnam “essenzialmente una colonia della Cina comunista”, spiegando come le barriere non tariffarie, inclusi i trasbordi cinesi, contribuissero al deficit commerciale degli Usa. “Il Vietnam ci vende 15 dollari per ogni dollaro che vendiamo loro e circa 5 dollari di questa cifra sono solo prodotti cinesi che arrivano in Vietnam, ci appiccicano l’etichetta ’Made in Vietnam’ e li spediscono qui per eludere i dazi,” aveva dichiarato lo scorso aprile.

Cosa succederà adesso? “Sebbene i criteri esatti per definire il trasbordo rimangano poco chiari, è evidente che il ruolo del Vietnam come potenziale punto di collegamento per le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti diminuirà”, ha dichiarato al South China Morning Post Su Yue, Principal China Economist presso l’Economist Intelligence Unit. Non resta che attendere per scoprire se davvero il Made in China si trasformerà in Made in Vietnam.

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